Il teatro verista di Giovanni Verga

La scena italiana alla fine dell’800.
Ermete Zacconi ed Eleonora Duse, mitici interpreti del grande drammaturgo

Mentre in tutti i Paesi europei gli attori tendono sempre più a rifugiarsi in una sede stabile, in Italia, anche nell’800, prosegue la tradizione girovaga delle compagnie. E mentre nella prima metà del secolo si sono avuti temporanei ed eccezionali sussidi, nella seconda metà il disinteresse degli Stati e Staterelli italiani verso l’arte drammatica nazionale è totale ed assoluto. Per cui, per tutto il secolo la scena italiana “di prosa” continua alla ventura la sua vita quotidiana, affidata alle iniziative individuali dei suoi attori. Questi ultimi, lamentando la scarsità del repertorio nazionale, ricorrono di preferenza a quello francese. Tra i vari artisti, gli ultimi due astri della scena italiana di fine Ottocento sono Ermete Zacconi, efficace dicitore e attore di realistica vigoria, in cui il teatro verista trova il suo massimo interprete e, più grande di tutti, la leggendaria Eleonora Duse, che, nel continuo superarsi, rinnovarsi e trasformarsi, offre le più tipiche espressioni estetiche e spirituali del suo tempo.

Il dramma verista lo ritroviamo pienamente esaltato in Giovanni Verga (Catania 1840-1922), scrittore, drammaturgo e politico italiano, considerato il maggiore esponente del Verismo, corrente letteraria ispirata al Naturalismo francese. Novelliere e romanziere della fine del secolo, Verga si affaccia al teatro e vi lascia impresse orme non più cancellabili. Dopo la pubblicazione delle Novelle rusticane, Verga compone numerose opere teatrali, prevalentemente tratte da precedenti novelle. Dei suoi drammi si ricordano: Cavalleria rusticana, Vita dei campi, In portineria, La lupa, il cui tema del rapporto d’amore si unisce al motivo sociale di una rivolta operaia. L’opera scenica di Verga è quella di un drammaturgo autentico: è il solo poeta vero che nel secolo appare a teatro in Italia, dopo il Manzoni; creatore di figure vive, strappate quasi con violenza dalla realtà; rappresentatore dei casi più semplici a cui dà una potenza tragica, attingendo direttamente dal dialetto siciliano, sanità e vigore per la sua lingua. Applicare al genere teatrale la poetica del Verismo non è per Verga una facile operazione, poiché negli anni successivi all’unità d’Italia domina una produzione drammatica piuttosto mediocre rispetto a quella europea.

Il dramma italiano resta ancorato al genere patetico-sentimentale anche quando affronta realisticamente la vita contemporanea. Il teatro verista, con i suoi personaggi presi dal vero e il suo linguaggio popolare, dà un colpo decisivo al conformismo del dramma borghese, oltre a fornire una felice alternativa alla sua gamma di personaggi, in genere altolocati, e al suo linguaggio ricercato, come nei drammi di D’Annunzio, spesso ambientati nel passato. D’altronde la tecnica narrativa verista è molto vicina alla forma drammatica: la scrupolosa riproduzione del vero, l’utilizzo del linguaggio semplice e “pittoresco” della narrazione popolare, la caratterizzazione dei personaggi attraverso i loro gesti, oltre che attraverso le parole, lo stile essenziale e scarno, sono tutti elementi che facilitano l’adattamento delle scene. La rappresentazione verghiana di passioni elementari e violente, ambientate nel mondo popolare del Sud, colpisce la fantasia del pubblico borghese del Nord; per tanto tempo la Sicilia appare fotografata dal gesto di Turiddu che morde l’orecchio a compare Alfio, simbolo della sfida all’ultimo sangue. Verga sceglie l’italiano, ma con sfumature del dialetto siciliano, cui accosta termini più comprensibili al pubblico, anche se talvolta contrastanti con l’ambientazione del dramma. È il mondo popolare e siciliano come può essere rappresentato sulla scena del teatro, che ha davanti a sé spettatori borghesi che si aspettano vicende di onore, di amore e di adulterio, proprio nei termini e con le battute che il Verga attribuisce ai suoi personaggi. Per andare incontro al gusto del pubblico, Verga elimina, inoltre, dal dramma, il motivo economico, che nella novella è il motore dell’azione e fa del triangolo amoroso l’elemento portante.

La concezione verista di Verga pone il cardine dell’opera letteraria sulla “sparizione” dell’autore, facendo in modo che nella narrazione i fatti si sviluppino da soli, come per una necessità spontanea. Il linguaggio di Verga risulta rude e spoglio come un riflesso del mondo rappresentato, fatto sia di povera gente come ne I Malavoglia, sia di ricchi come in Mastro don Gesualdo. Tutti, comunque, dei “vinti” nella lotta quotidiana della vita. Agli umili delle sue novelle e romanzi, da cui arriva anche la sua ispirazione teatrale, è negata quasi ogni speranza, sia provvidenziale, cardine della prosa manzoniana, sia laica e sociale proveniente da Zola. Verga nega che una vera felicità sia presente o raggiungibile anche da parte degli appartenenti alle classi ricche, data la rappresentazione che egli ne fa sia nei romanzi non veristi, sia in alcune parti del cosiddetto Ciclo dei vinti. Soltanto alcuni valori, come la famiglia, il proprio ambiente e il lavoro possono dare un minimo di felicità.

In sintesi, il Verga resta fondamentale per aver introdotto il Verismo sulle scene italiane, trasformando le novelle in drammi intensi. Opere come Cavalleria rusticana e La lupa applicano il principio dell’impersonalità, dove i dialoghi autonomi dei personaggi sostituiscono il commento dell’autore. Viene rappresentata la Sicilia arcaica con uno stile essenziale, e portato il realismo sociale al pubblico borghese.

Tonino Cicinelli
Regista e direttore della compagnia teatrale “Amici del teatro”

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