Analisi di un risultato annunciato

L’esito elettorale impone al pd, una profonda riflessione

E tanto tuonò, che infine piovve e di santa ragione. E fu così che la destra-destra si ritrovò al potere in Italia, democrat icamente eletta, prima volta dalla nascita della Repubblica. E’ vero che nel 1994 ci fu la discesa in campo, e la vittoria, di Berlusconi, ma lui si limitò, da una posizione di centro, a sdoganare la destra di Fini e la Lega di Bossi, ma oggi è una investitura diretta a Palazzo Chigi per chi ha sin nel proprio simbolo la “fiamma” che fu di Almirante.

Onore al merito, per Giorgia Meloni e per un centrodestra premiato dall’aver saputo ben applicare a proprio vantaggio la legge elettorale e così dar vita ad un’alleanza premiata dall’uninominale, malgrado le tante diversità che pur ci sono; quel che invece non si può affatto dire di quanto avvenuto da quest’altra parte del campo, in quella area di centro e sinistra, presentatasi frastagliata e litigiosa come non mai e non in grado di far fronte comune per cercare di recuperare in una battaglia che già si presentava difficilissima.

In questo campo si deve registrare la grave sconfitta numerica e politica del Partito Democratico, col suo segretario Enrico Letta, che ha dato direttamente la sua impronta a tutta l’azione del partito: un’impronta da un lato protesa a chiudere ogni alleanza, non tanto a Calenda, quanto a Matteo Renzi, agendo con un non sopito rancore personale, e costringendo Italia Viva in un isolamento (da cui è uscita accordandosi con Azione di Calenda, una volta rotto col Pd); dall’altro lato rompendo sdegnosamente con i 5 Stelle di Giuseppe Conte, rei di aver fatto cadere il Governo Draghi.

Il Partito Democratico purtroppo così facendo si è isolato e non ha sviluppato una linea politica chiara, senza un candidato Premier, senza una precisa scelta di campo, ora ammiccando a Draghi, ora a frange più di sinistra, limitandosi soltanto ad una battaglia contro, rispetto alla Meloni ed al cosiddetto pericolo rappresentato dal suo essere di destra-destra. D’altro canto, il Centro di Calenda-Renzi, e la nuova sinistra rappresentata dal movimento di Conte, proprio grazie alle mosse di Letta, hanno trovato nuova linfa per ben posizionarsi nel nuovo assetto politico e parlamentare uscito da queste elezioni, e così il Terzo polo ha raggranellato un 7,8% che non sarà a doppia cifra ma che è di tutto rispetto, e Conte è riuscito in una rimonta soprattutto al Sud rispetto ai pronostici iniziali. E il PD paga un prezzo altissimo, perché il campo di azione che sin dal suo nascere doveva essere tutto il fronte riformista democratico progressista e popolare, gli si è ristretto di colpo, con la nascita al centro di una formazione che assomiglia alla Margherita che fu, ed a sinistra di una componente del 15% che è qualcosa di assolutamente nuovo nel panorama politico nazionale e che pone non pochi problemi a chi si sentiva chiamato a rappresentare tout court il centro sinistra (salvo piccole frange alla sua sinistra).

Tramonta qualunque ipotesi basata sull’eventualità di un Draghi-bis, ed anzi dalle urne è venuto un voto di protesta verso l’ultimo governo, che ricorda un po’ quello che successe ad un altro tecnico di lusso, Mario Monti.

Avremo così un governo di destra-destra a guida Giorgia Meloni, che ha tutti i numeri in parlamento, anche se guardando alle percentuali reali uscite il 25 settembre, si noterà che la somma algebrica di tutti i part iti di centro centrosinistra e sinistra (5 Stelle compreso) porta ad un dato che supera quello del centrodestra, a dimostrazione di come il dividersi non paghi mai. Per gli altri ci sarà da fare la doverosa opposizione, con Calenda-Renzi che comunque possono almeno gioire di tornare in Parlamento con una piccola forza insperata (primum vivere), e con un Giuseppe Conte anche baldanzoso per lo scampato pericolo e per aver saputo ben posizionare il suo movimento. Per il Partito Democratico purtroppo inizia la traversata nel deserto: di certo le correnti si faranno sentire e porteranno il conto ad Enrico Letta (che ha già annunciato il congresso e la sua non ricandidatura) per i tant i errori compiuti, anche se non era solo e non si rintracciano posizioni di contrasto alla sua interpretazione della campagna elettorale, e ci sarà da fare una approfondita analisi non solo della sconfitta del post-renzismo, ma proprio del ruolo del partito, della sua vocazione e di una sua complessa rifondazione, una volta mutata la pelle dall’iniziale progetto di Prodi e di Veltroni, e una volta preso atto che in 15 anni si contano solo sconfitte (con la sola eccezione delle Europee del 2015, quelle del 40,9% tributato a Renzi, e oggi oggetto di una totale rimozione nel partito).

Antonio Belliazzi

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