Mattarella di fronte ad una transizione storica. Il rischio di una deriva orbaniana dell’Italia.
Non possiamo sapere cosa chiederà, e che tipo di interlocuzione ci sarà tra il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella con Giorgia Meloni e Matteo Salvini (ed anche con Forza Italia).

Sicuramente un ventaglio ampio di temi che riguardano il presente e il futuro del nostro Paese. Si parlerà di programmi e il Capo dello Stato, al quale non sfugge la valenza storica di queste consultazioni, molto diverse da tutte quelle che l’hanno precedute, ascolterà, chiederà, proporrà, con la saggezza, la prudenza, e il rispetto delle sue prerogative istituzionali, alle quali si è sempre attenuto. Ma siamo certi che su un punto Mattarella chiederà garanzie, e sarà intransigente: la collocazione dell’Italia in Europa, il rispetto delle alleanze, i rapporti con la Nato, la posizione sul conflitto tra Russia e Ucraina, o, per essere piu precisi sull’aggressione di Putin all’Ucrania. In parole semplici l’uomo del Colle chiederà ai vincitori, ma soprattutto alla Meloni: da che parte state? Quale europa volete? E non si accontenterà di chiacchiere.
Mattarella sa bene due cose: che non si poteva pretendere che gli italiani, con i chiari di luna che hanno per la testa, mettessero l’Europa al centro della loro scelta di voto, quando incombe il dramma del costo della vita, dell’aumento delle bollette oltre che le problematiche economiche e sociali di sempre. Ma sa anche che il suo compito è assicurarsi la collocazione univoca e senza infingimenti del futuro governo italiano nel contesto dell’Europa democratica, non solo per il motivo ovvi che gli occhi della UE sono puntati, e giustamente e legittimamente su di noi, ma perché il gioco del “siamo dentro l’Europa” e intanto si vota, da parte di FDI e Lega, contro le misure restrittive del parlamento Europeo all’Ungheria di Orban, (per violazione dei diritti democratici), e intanto si va in Spagna ad esprimere solidarietà e sostegno ai franchisti di estrema destra di “Vox”, e intanto si saluta la vittoria dell’estrema destra svedese, e intanto si è amici della Lepen in Francia e intanto si è ambigui, volendo essere eufemistici, sulla Russia e sulla condanna a Putin, bene: tutto questo non può funzionare cosi, con il doppio registro, e con una doppia alleanza europea, Bruxelles per necessità e il “Gruppo di Visegrad” nel cuore.
Mattarella sa che difendere l’Europa e l’occidente non è una scelta semplicemente politica ed economica (per quanto importante), ma è molto di più: è l’accettazione di un quadro di valori che sono propri delle grandi democrazie. Diritti civili, libertà di voto, di stampa di manifestazione e di espressione, principi fondanti di solidarietà, di antirazzismo, di giustizia sociale, di assistenza agli ultimi, di lotta ad ogni tipo di discriminazioni. E soprattutto di riconoscimento che la “sovranità” nazionale non può essere intesa come contrapposizione e sfida all’Unione Europea.
Il pericolo sovranista fu già denunciato come tale nel “Manifesto di Ventotene” di Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, scritto (in esilio) nel 1941 e nel quale si propugna una europa unita federale e fondata sui principi di pace e libertà. Su questo serve chiarezza, e il Quirinale la chiederà. Ė una scelta di campo che il nuovo governo dovrà compiere, o di qua o di là. Ma se è di là, vorrebbe dire sposare, da parte della destra, quei principi di “democrazia illiberale”, ossimoro coniato da Orban, una contraddizione in termini. E questo il Capo dello Stato avrebbe il dovere, prima ancora che il diritto, di non consentirlo. Se invece questo contesto i vincitori lo accettano come precondizione ad ogni confronto, allora si può pure riconoscere che l’intervento di Ursula Von der Leyen, in piena campagna elettorale, è stato troppo invadente.
Ma la presidente della Commissione Europea si è concretamente scusata dando l’ok alla seconda rata dei soldi, circa 21 miliardi, del PNRR al nostro Paese. E si può anche riconoscere, dentro questo quadro di alleanze accettato e condiviso, che l’Italia deve dimostrare di avere una sua capacità diplomatica e più caratterizzante nell’essere presente in Europa e sullo scacchiere occidentale. Cosa nella quale Draghi (a differenza di Macron) non ha brillato.
Emilio Magliano