Una straordinaria lettura sociologica dalle origini dell’Universo alla guerra in Ucraina. Il valore e l’inganno dell’ “estetica”. Un saggio in due puntate
È noto che la scienza, in molti casi e qualche volta nelle sue performance migliori, tende a rispondere a taluni cruciali interrogativi, attraverso la proposizione di nuove domande, o riformulando in maniera più efficace le questioni di partenza. Bene, prendiamo in esame un quesito che chiunque, anche un bambino si pone, guardando il cielo stellato: perché l’universo di notte è buio?
Uno spazio illuminato da miliardi di splendidi astri, più luminosi del nostro sole, si mostra irrimediabilmente avvolto nelle tenebre, dentro le quali trapelano solamente piccoli puntini di luce? Come è possibile? Gli astrofisici chiamano questo dilemma “Paradosso di Olbers” e offrono talune spiegazioni, non sempre convergenti e probabilmente neppure definitive.
Intanto c’è da dire che l’universo non è statico, ma in espansione, ed alla sua origine le galassie erano piccole e poco luminose; quindi, noi possiamo vedere solo ciò che è compatibile con il tempo e la distanza che ci separa dalla nascita, successiva, dei grandi agglomerati stellari. Poi c’è da considerare un altro aspetto: in assenza di atmosfera le radiazioni tendono ad andare verso lo spettro dell’infrarosso, insomma su lunghezze d’onda non percepibili dall’occhio umano. Infine, un’ipotesi più recente ci porta a dover riconsiderare alcuni elementi che ci apparivano autoevidenti: la luce delle stelle è filtrata, trattenuta, assorbita, dalle enormi quantità di gas e pulviscolo che vi sono nel “vuoto” degli spazi siderali. Probabilmente, la risposta alla nostra domanda di partenza è data dalla combinazione di questi e forse altri fattori. Insomma, siamo ancora lontani dall’aver capito, con certezze indiscutibili, perché la notte è buia.
In relazione al giorno, invece, sembrerebbe, almeno in apparenza, che possediamo idee più chiare. Non c’è unicamente il fatto che il sole è la stella più vicina, e che ogni giorno qualche parte del nostro pianeta ce l’ha di fronte, dall’alba al tramonto, ma vi è pure da considerare che la luce emessa, funziona, in rapporto all’atmosfera terrestre, riflettendosi attraverso una peculiare “sintesi additiva”. Ovvero la luce si scompone in vari elementi, trattenendo in genere tutte le tonalità di cui è composta e restituendoci soltanto quell’azzurro che vediamo solitamente colorare il cielo. Tranne quando particolari condizioni metereologiche, per lo più concentrazioni, di varia entità, delle molecole d’acqua in sospensione, possono incupirlo fino a renderlo grigio, scuro, quasi buio, oppure, nei casi più piacevoli, riflettere tutti i colori fondamentali di cui la luce si compone, dando vita a quel suggestivo fenomeno che è l’arcobaleno. Lo stesso che Newton faceva scaturire, già alla metà del ‘600, dalla luce bianca che attraversava i suoi prismi di vetro. Mentre all’opposto, i suoi dischi rotant i, fatti a spicchi colorati, fatti girare ad alta velocità, vengono percepiti dai nostri occhi come di colore bianco.
Insomma, la luce, il bianco, sono la risultanza della combinazione di tutti i colori, al contrario del buio che può esservi solo in assenza di luce. Per questo il nero, materialmente, può ottenersi solo mediante quella che viene definita “sintesi sottrattiva”, cioè attraverso l’uso di particolari pigmenti, Il sole, la notte, il conflitto Una straordinaria lettura sociologica dalle origini dell’Universo alla guerra in Ucraina. Il valore e l’inganno dell’ “estetica”. Un saggio in due puntate di Luigi Caramiello* tecnica in cui sono esperti i pittori. Si tratta, nel caso del nero, di materiali la cui composizione e superficie sono in grado di “assorbire” la luce, insomma, di trattenere tutti i colori. Dal suo canto, l’evoluzione ha selezionato degli apparati biologici in grado di percepire queste tonalità cromatiche, e le loro inf inite variazioni: l’occhio per esempio, e non solo quello di Sapiens. Il polipo, per dire, ha un apparato visivo abbastanza simile a quello umano, ma non collocandosi sulla nostra linea evolutiva, di vertebrati superiori, ci suggerisce la conclusione che l’evoluzione abbia “scoperto” questo dispositivo, almeno un paio di volte, con il suo corredo di efficacia, nel trasferire, all’interno di un organismo, attraverso la fabbricazione di “immagini”, l’informazione esterna. Quando parliamo della luce e del buio, quindi delle immagini, in termini scientifici, ed in estrema sintesi, parliamo, sostanzialmente, di questo, ed è necessario averlo ben chiaro in mente.
Ma, come tutti sanno, la natura del fenomeno in questione, ha delle conseguenze decisive per l’esistenza dell’habitat umano e non, ovvero per le possibilità di esistenza e continuazione della flora, della fauna, della vita in generale sul nostro pianeta. E’ grazie alla luminosità fornita dall’astro al centro del nostro “sistema” che l’intero eco-sistema conserva il suo equilibrio e vive la sua evoluzione. E’ grazie al calore ed alla luce del Sole, il quale, come diceva Bataille, dà sempre, senza mai ricevere, che può esistere la comunità umana e non solo. E’ il sole che permette alle piante di crescere, agli animali di cibarsene. E’ il sole che riscalda la superfice della terra, evitando che divenga un sasso ghiacciato, come sono altri pianet i, molto più distanti dal sole della nostra bellissima dimora terrestre.

Gli antichi ne hanno avuto sempre la piena consapevolezza. Tante volte le espressioni artistiche si sono cimentate con la rappresentazione della solarità e alcuni dei momenti più suggestivi della storia dell’arte si sono sviluppati all’insegna della combinazione sapiente dell’oscurità e della luce, penso a Caravaggio, a Veermer e tanti altri. Del resto, gran parte dei miti hanno a che fare con la dialettica fra luce e tenebra, giorno e notte, sole e luna. Praticamente tutte le religioni, vedono il sole, l’idea stessa della luce, come fulcro della loro simbologia e della loro narrazione, collocandolo, in molti casi, proprio al centro del rituale. Sia fatta luce, celebra la Bibbia nel Genesi, e il tema ritorna anche nel Nuovo Testamento. Il nostro paradiso cristiano è irradiato dalla luce divina, mentre gli inferi sono il regno delle tenebre. Sugli antichissimi luoghi di culto orientali si ritrova ancora la svastica, che era semplicemente il simbolo del sole, lo stesso astro che adoravano gli egizi col nome di Aton e che è al centro del culto mitraico. In fondo tutti i popoli hanno sempre capito che la luce del sole è la condizione della vita sulla terra, per questo le eclissi erano considerate presagi di terribili sventure. Non c’è da stupirsi quindi che abbiano identificato la “nostra” stella, come l’immagine stessa della divinità.
Ma non sempre e non tutti hanno creduto nella generosità del sole, non tutti hanno visto nella luce che irradia, nel suo calore, l’idea della depence, di un dono senza contropartita. Il pharmakos dell’antica Grecia, ovvero il sacrificio umano, in molti casi, nella storia delle culture, anche nel bacino del mediterraneo, veniva praticato quale omaggio al sole, come controdono, offerto per ripagarlo della sua munificenza.
Queste pratiche sono progressivamente scomparse, nel vecchio mondo, soprattutto sotto la spinta della rivoluzione cristiana, in virtù della quale, al contrario, non si sacrifica più l’umano al divino, ma è Dio stesso che si fa carne, per immolarsi, celebrando l’ultimo sacrificio, il suo, per garantire la nostra salvezza dal peccato e la possibilità di accedere al cospetto della luce divina. Un ribaltamento radicale, che rovescia completamente la prospettiva degli antichi, istituzionalizzando il diritto “naturale” alla vita, quale principio inderogabile e fondamento di un’intera civiltà. Ma la storia delle culture, la dinamica delle religioni, non si sono sviluppate con le stesse modalità e con la medesima cronologia, non si sono scandite con gli stessi tempi, non hanno avuto la medesima evoluzione.
Quando gli spagnoli, nel ‘500 sbarcarono nell’attuale Messico ebbero modo di osservare direttamente il meccanismo che governava l’organizzazione sociale della nazione Azteca, l’impero del sole, a cui erano dedicate le grandi piramidi a gradoni tipiche di quella civiltà. Gli aztechi erano un popolo di guerrieri, sin dalla più piccola età i ragazzi venivano addestrati alla caccia di altri esseri umani, quando il giovane catturava il suo primo prigioniero riceveva una sorte di investitura. Ma solo chi ne catturava almeno cinque poteva aspirare ai più alti gradi nella gerarchia sociale e militare. Gli spagnoli, che furono considerati dai nativi, in un primo momento, alla stregua di divinità, assistettero sgomenti al rituale di squartamento di questi prigionieri, che venivano macellati a migliaia, in cima alle piramidi, dai sacerdoti, officianti di un patto scellerato fra religione e potere. Il cuore doveva essere strappato dal petto delle vittime e innalzato, ancora palpitante, in omaggio al dio sole, il sangue delle vittime era bevuto, le membra venivano divorate, riservando ai nobili le parti migliori, al popolo le interiora o gli scarti. L’intera organizzazione Azteca si fondava su questo meccanismo, che era anche un’efficace modalità di approvvigionamento di carne, per un popolo che non conosceva i bovini e che era afflitto da un endemico deficit di proteine. Ma questa struttura “razionale” dell’organizzazione sociale si legittimava attraverso una sovrastruttura, una narrazione, un efficace e funzionale “sistema mimetico”, in grado di fornire un perfetto alibi, capace di giustificare interamente il funzionamento del dispositivo, dando ragione di questa orribile pratica sociale.
Quel che veniva chiamato in causa era l’eterno conflitto fra la luce e il buio, fra il sole e le tenebre. Il sole al tramonto doveva ingaggiare una lotta feroce con le tenebre che tentavano di inghiottirlo, e così passava l’intera notte a combattere aspramente per non essere trascinato nell’oscurità. Immancabilmente vinceva, ma arrivava all’alba stanco, stremato, al limite delle forze. Aveva bisogno di essere alimentato, aveva bisogno di riprendere le forze, e il sangue era l’unico nutrimento possibile. C’era il rischio che il sole non sorgesse più, se non gli venivano offerte in sacrificio abbastanza vittime umane. Non sapremo mai quante migliaia, decine, centinaia di migliaia di uomini siano stati sacrificati durante i secoli del potere Azteco in Mesoamerica. Ma ci risulta più facile capire come sia stato possibile a Cortéz, con soli 300 uomini di sconfiggere un potente impero, forte di un esercito di centinaia di migliaia di guerrieri.
Luigi Caramiello - Docente di Sociologia della Complessita.