La scultura agli sbandieratori al centro di un confronto
Come la gran parte dei lettori di queste poche righe già saprà, una vivace polemica ha animato la piazza virtuale di Facebook all’inizio del mese di ottobre. Favorita da un difetto (o un eccesso, dipende dai punti di vista) di comunicazione che ha involontariamente generato più di un equivoco, la disfida della bandiera ci ha intrattenuto e divertito con impeto di toni e ricercatezza di argomenti. Da una parte il partito dei favorevoli, dall’altra quello dei contrari, all’annunciato proposito dell’amministrazione comunale di “dedicare un monumento agli sbandieratori”. O meglio, alla bandiera, emblema già ampiamente noto e riconosciuto della tradizione corese. Da collocare per giunta all’ingresso della città, in Piazza della Croce.
Un monumento? All’ingresso della città? Finanziato dall’amministrazione? E il rischio di scadere nel kitsch, come accaduto in passato in contesti diversi? E gli altri simboli della nostra storia assai più degni di una simile testimonianza?
Questi, alcuni degli interrogativi scaturiti dal confronto di un ricco ventaglio di opinioni che, quando espresse civilmente, non sono risultate carenti di fondatezza e di solidità. Da una parte e dall’altra. Ciò detto, non è mia intenzione tornare sul punto quanto invece fornire una ricostruzione del percorso, lungo e condiviso, che ha preceduto e quindi motivato il recente annuncio dell’amministrazione. Percorso che mi ha visto partecipe in quanto assessore alla cultura nella giunta De Lillis I all’epoca dei fatti.
Circa un anno fa, l’amministrazione comunale avviò l’iter di studio e di approfondimento di una idea non priva di audacia presentata da un artista corese, Alessio Pistilli, e fin da subito accolta e sostenuta da tutte le associazioni di sbandieratori su invito dell’amministrazione stessa. Una statua dedicata agli sbandieratori e alla loro storia. Un omaggio, già in passato da altri solo evocato, a una vicenda ben più che cinquantennale che ha coinvolto (e coinvolge) direttamente o indirettamente migliaia di persone. Un’opera ispirata alle eleganti stampe dell’Alfieri, maestro d’arme e autore del trattato La Bandiera (1628), più volte citato nel bel libro di Giovanni Pistilli Cori. La città e le bandiere (1996).
Qualche mese di decantazione dopo, la nomina di una commissione di cinque membri (tre indicati dagli sbandieratori, uno dall’Ente Carosello e uno dal Comune) con il compito di selezionare il bozzetto definitivo tra quelli proposti. E di sviscerare tutti gli aspetti di dettaglio che, in faccende come queste, possono assumere grande rilevanza. Al termine di un intenso lavoro, la commissione individuò il bozzetto definitivo in quello raffigurante uno sbandieratore nell’atto di indicare l’entrata del paese con il gesto della bandiera. Da qui l’opzione, quasi naturale, di Piazza della Croce, una delle entrate della città appunto. Un bozzetto semplice, lontano da ogni minaccia di retorica e autocelebrazione e impreziosito da una trovata, la bandiera di stoffa, dietro la quale si cela in verità un significato molto profondo che sarà l’artista a dover illustrare.
Il progetto iniziale prevedeva infatti un evento di presentazione pubblica del bozzetto selezionato, opportunamente corredato di realistica restituzione grafica (ciò che gli architetti chiamano rendering). Da quel momento avrebbe avuto inizio una campagna di raccolta fondi (ciò che oggi conosciamo come crowdfunding), coordinata dall’amministrazione comunale e indirizzata prioritariamente a tutti coloro che un costume degli sbandieratori lo avessero indossato almeno una volta nella vita. Tanti piccoli contributi da un numero assai elevato di persone. Ci siamo quasi, dunque. All’annuncio dovranno seguire la presentazione pubblica e la partenza della campagna di finanziamento. Avremo a quel punto qualche elemento di giudizio in più e staremo a vedere che ci riserverà il futuro.
Aggiungo per completezza di informazione che qualcosa di analogo, nella intenzione, nella esecuzione e nelle modalità di finanziamento è stato già realizzato altrove, in città con una tradizione molto simile alla nostra. Per esempio, a Carovigno (Brindisi) o a Figline Valdarno (Firenze), con risultati che lascio al lettore giudicare.
Paolo Fantini
Già Assessore alla Cultura