Il sole, la notte, il conflitto

La seconda e ultima parte della “lectio magistralis” sul conflitto universale tra il buio e la luce. La guerra come sonno della ragione dove si presentano contrapposti il bene e il male.

Segue dal numero precedente

Non sarebbero bastati l’archibugio, i cavalli, il cannoncino, neppure il vaiolo. Il segreto fu la politica di alleanze. In meno di due anni, praticamente tutte le popolazioni indigene, sottomesse al dominio degli Aztechi, si schierarono dalla parte degli spagnoli, ingrossando le fila dell’esercito di Cortéz con centinaia di migliaia di guerrieri indios. Quale che fosse l’obbiettivo perseguito dai colonizzatori europei, non poteva esservi per loro peggiore destino che essere squartati vivi in omaggio a un dio-sole assetato di sangue. Oggi le guide turistiche che accompagnano i visitatori in cima alle grandi piramidi raccontano storielle fantasiose, riguardo alla loro funzione, glissando sulla verità storica, che è ben rappresentata, invece, nel museo antropologico di Città del Messico e nei testi di tanti studiosi, oltre che in quelli dei testimoni diretti.

Certo, il meccanismo sacrificale non riguarda e non ha riguardato unicamente gli Aztechi, appartiene alla storia universale dell’uomo, ma quella vicenda colpisce di più per le sue colossali dimensioni “sistemiche” e per il fatto di averla “scoperta”, ancora pienamente in auge, in un’epoca moderna. Certo, quei popoli non conoscevano la ruota, l’arco a volta, avevano estinto i cavalli a scopo di libagione, invece di addomesticarli, ma quelle bellissime piramidi, gli intarsi i bassorilievi, i loro monili di pietra, l’arte orafa, restano la testimonianza, in campo espressivo, di come un’estetica possa generarsi anche nel contesto di una tirannide criminale, e possa toccare anche vette di notevole valore artistico.

In altre parole, l’orrore può travestirsi anche con le vesti del sublime, basta guardare le suggestive sequenze cinematografiche di “Olympia”, realizzato da Leni Riefenstahl, per immortalare quei giochi di Berlino, svolti all’insegna proprio della svastica: un antico simbolo solare, trasfigurato in vessillo dell’orrore, marchio di un’ideologia che avrebbe teorizzato e messo in atto l’Olocausto del popolo ebraico, la pagina più buia del potere Hitleriano. Di nuovo un immane paradosso, le tenebre fitte della tirannide nazista, celebrate attraverso il richiamo a un antichissimo simbolo di luce. Ma non è certo l’unico caso, di strumentalizzazione criminale di accattivanti simbologie solari, forse che il gulag comunista, che ha inghiottito milioni di uomini, in Russia, in Cina, in Cambogia…non si ancorava alla simbologia ed alla poetica del “sole dell’avvenire”? Basta dare un’occhiata ad alcune delle opere pittoriche più emblematiche del realismo socialista, sovietico, cinese… è tutto un tripudio di campi di grano assolati, contadini, operai, soldati, felici nella luce del giorno.

Insomma, non solo dobbiamo cogliere bene il grado di complessità concettuale e sistemica della struttura luce/buio, ma dobbiamo essere attenti anche a proteggerci dagli inganni possibili, dai criminali trompe l’oeil, che possono realizzarsi in suo nome. Del resto, il dualismo luce/buio ha sempre offerto, per ovvie ragioni, grandi possibilità di lavoro sul terreno ermeneutico. Forse è la più efficace metafora della dialettica che mette di fronte il bene ed il male, la vita e la morte, quella coesistenza di Eros e Thanatos, come spiega la psicanalisi, che ci appartiene, che è fino in fondo parte dell’umano.

D’altra parte, siamo tutti segnati dal peccato originale, siamo ineluttabilmente peccatori, benché fatti a immagine e somiglianza di Dio. E se siamo fatti così ci sarà pure un motivo. Forse questo è importante per ricordare il valore della vita, ma insieme anche quello della morte, la quale serve, è necessaria, per fare posto agli altri che verranno dopo di noi. Il problema vero è capire quale messaggio, che genere di segni lasciamo del nostro passaggio, sui sentieri del futuro. Certo, siamo, apparentemente, tutti protesi alla luce, alla vita, al bene, ma abbiamo visto quanti orrori si possono perpetrare in nome di questa retorica. Quanto male e quali ignominie, possono scaturire all’insegna del progetto di mondi perfett i, di società pianificate, ordinate, “giuste”. E possiamo vedere come, talvolta, al contrario, dalle perturbazioni, dagli squilibri, dalle contraddizioni, possano scaturire esiti vantaggiosi per tutti, ovvero, si possa generare il bene. Mi viene in mente la “favola delle api” di Mandeville, che ci dice ancora qualcosa sull’importanza possibile di questo paradosso, sul valore, cioè, del disordine, del caos, dell’asimmetria, della differenza, ma soprattutto della libertà.

E’ essenziale riflettere su questo punto, proprio in quest’epoca difficile, che vede di nuovo la criminale violenza di un conflitto bellico scatenarsi nel cuore dell’Europa. Che vede una guerra di aggressione, condotta con metodi dispotici e finalità chiaramente t iranniche, contrapporsi ad una tenace lotta di popolo, alla resistenza eroica di un Paese che vuole difendere la sua libertà. Una realtà dove si presentano, contrapposti con tutta evidenza, il buio e la luce. In uno scenario che vede una faglia aprirsi anche nell’universo cristiano. Perché l’impegno per il dialogo, le parole d’amore, di solidarietà e di pace di Papa Francesco, non sono comparabili a certe assurde posizioni, che giustificano la violenza, la prepotenza, la sopraffazione, come quelle assunte dal Patriarca ortodosso Kirill, che ci riportano alle epoche buie, nelle quali la fede veniva usata come ancella e strumento della politica. Ma in nome di quale Dio?

Dobbiamo prendere atto, ancora una volta, che il bene e il male esistono, come esistono il buio e la luce, il sole e le tenebre. E ricordare che vi è una perenne lotta, una guerra che non si è mai conclusa, contro l’oscurantismo e la barbarie, una sfida che non possiamo eludere, nella quale non dobbiamo e non possiamo arretrare. Dobbiamo prendere atto che ci sono e forse ci saranno sempre situazioni che ci costringono a schierarci, per difendere le ragioni della giustizia, contro l’arbitrio, l’amore, contro la violenza, la verità contro la menzogna. E in questi casi vi è da compiere, senza ambiguità, una scelta di campo.

Da sempre abbiamo davanti questa scelta, bisogna decidere se stare dalla parte di Sansone, del Budda, di Gesù, insomma della libertà, della solidarietà, della pace, oppure stare dalla parte della prepotenza, dell’arbitrio, della violenza, della sopraffazione. Se far prevalere le ragioni dell’amore, della solidarietà, o quelle della viltà e dell’opportunismo. E tutti devono esserne consapevoli, ognuno deve fare la propria parte, l’uomo della strada, l’umile lavoratore, il semplice cittadino, così come l’uomo di cultura, l’intellettuale o il personaggio di governo. Neppure l’arte, quale cruciale fenomeno dell’agire umano, può sentirsi estranea a questa dimensione problematica e complessa. In fondo, proprio per queste ragioni, tanti maestri, nella storia della pittura (e non solo), hanno rappresentato, in una potente chiave simbolica, l’immagine di Maria che schiaccia il serpente, realizzando una singolare operazione, metaforica e metonimica insieme, in cui la Madre, insieme alla propria, evoca la forza, la grandezza del Figlio. Non c’è da stupirsi, combattere il male, sconfiggere le tenebre, portare l’amore e la pace è fra i compiti fondamentali che la tradizione, così come la dottrina, assegnano alla “donna vestita di sole”.

Luigi Caramiello 
Docente di Sociologia della Complessità

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