All’indomani della caduta del muro di Berlino uscì un saggio di grande successo di Francis Fukuyama, sociologo americano di origine nipponica, “ La fine della storia e l’ultimo uomo”. La tesi propugnata nel saggio era che il capitalismo aveva definitivamente vinto la sua battaglia contro il socialismo e contro le altre forme di organizzazione economica e sociale. Questa tesi passò un po’ ovunque, anche nel mondo della sinistra internazionale,salvo poche frange residue di pensiero critico. Nonostante il monito di Papa Woitila, che diceva “ dopo la sconfitta del comunismo il prossimo pericolo è rappresentato dal trionfo del capitalismo”. Il segretario del Pds Occhetto dopo la svolta della Bolognina e il congresso di Rimini rottamò il marxismo come strumento di analisi sociale e adottò come idelogia di riferimento il liberalismo americano, Tocqueville, “La democrazia in America”. In questo clima politico culturale si inquadra da lì a qualche anno l’avvento delle privatizzazioni. Il sistema sanitario nazionale, pubblico, universale, accessibile a tutti, secondo la legge 833 del 78 e secondo i principi costituzionali, che riconoscono la salute come diritto fondamentale dell’individuo, conosce nel 1992 la prima grande riforma in senso privatistico. Le Unità Sanitarie Locali divengono Aziende Sanitarie Locali. Le aziende sono dirette da manager pubblici che hanno come stella polare la tenuta degli equilibri di bilancio piuttosto che la erogazione di un servizio sanitario pubblico, universale, accessibile a tutti. Da allora si cominció a segnare il destino degli ospedali territoriali, quelli dei piccoli centri come Cori,Priverno, Sezze solo per citarne alcuni a noi vicini. Solo per fare riferimento a questa micro area dei Monti Lepini, vennero chiusi tre ospedali che servivano un bacino di utenza di circa 70.000 abitanti e vennero sostituiti con nulla. Dopo la chiusura degli ospedali si tentò da parte delle amministrazioni locali di lanciare qualche idea di riconversione, l’idea dell’Ospedale di Comunità lanciata allora dall’amministrazione Bianchi fu un ottima idea, ma sul piano pratico sortí veramente poco, perché la dirigenza Asl non volle mai recepire a pieno l’idea. Ad oltre venti anni dalla chiusura dell’ospedale e dall’inizio dell’esperienza di Comunità non abbiamo ancora ben capito quali servizi debba erogare quella struttura e quale sia la funzione e l’assetto organizzativo dell’Ospedale di Comunità o Casa della salute che dir si voglia. Medicina del Territorio, presa in carico del paziente, percorsi di cura, coinvolgimento dei medici di medicina generale, tutti bei concetti e intenzioni. In realtà nella pratica vediamo ostacoli da parte della dirigenza Asl al funzionamento dell’Ospedale di Comunità, spesso vuoto di utenti, riduzione dei posti letto, chiusura degli ultimi ambulatori esistenti, chiusura di radiologia che doveva essere sostituita con la radiologia telematica, che non si sa più che f ine abbia fatto, chiusura del laboratorio analisi, chiusura del Punto di Primo intervento sostituito con un punto di Assistenza territoriale, chiuso per metà giornata, con frequenti assenze dei medici di turno. La telemedicina che pure sembra sia costata molto, non ha mai funzionato. Questo è. Nel frattempo abbiamo avuto la pandemia da Covid che ha messo a dura prova la sanità pubblica. Alla prova della pandemia la sanità pubblica italiana si è presentata in queste condizioni. Dal 2010 al 2020 sono stati chiusi 173 ospedali e 837 strutture di assistenza specialistica ambulatoriale. Ci sono 276 strutture di assistenza pubblica territoriale in meno e 2459 strutture private in più. Il personale sanitario è diminuito di 42 mila unità. Nel 2019 in Italia c’erano 3,5 posti letto per mille abitanti, in calo rispetto ai 4,1 del 2010. Questo standard di posti letto, pur ridotto, tuttavia non è garantito in modo omogeneo su tutto il territorio italiano. Tutte le regioni del Centro Sud, non raggiungono lo standard previsto per legge. Il peso delle strutture private è notevolmente aumentato su quelle pubbliche. In dieci anni le strutture pubbliche sono diminuite dal 46,4% al 41,4 e con l’aumento progressivo del privato sono diminuiti i posti in settori di urgenza come il centro ustioni, o oncoematologia pediatrica o nelle terapie intensive, poiché nel privato le attività di ricovero sono programmate e non legate agli eventi di emergenza e urgenza. Anche e soprattutto per questo di fronte al l’emergenza Covid regioni come la Lombardia si sono trovate sotto dotate in termini di posti letto in terapia intensiva.Quindi, dall’inizio della privatizzazione sanitaria si sono ampliate le differenze territoriali del servizio a scapito dei piccoli centri, la provincia italiana è stata progressivamente abbandonata dal servizio sanitario, si è creata una enorme disomogeneità territoriale tra Nord e Sud e una sostanziale diminuzione di capacità del servizio sanitario pubblico, depotenziato rispetto al privato, di rispondere alle situazioni di emergenza, che poi sono quelle in cui si gioca la sopravvivenza delle persone. Questo è il risultato della privatizzazione. Nel Pnrr vengono finanziati alcuni interventi che tendono a contrastare alcune criticità emerse durante la pandemia, tra cui il rafforzamento della sanità territoriale. Ma una cosa è realizzare e ammodernare le strutture e altro è capire come queste verranno attivate. C è bisogno del personale per renderle operative e necessità di formare professionisti della sanità. E questo è un programma di lungo periodo che riguarda almeno il prossimo decennio. Per quanto riguarda i piccoli ambiti locali appare necessario che gli amministratori locali delle aziende sanitarie e anche quelli dei comuni comincino a guardare con più interesse e attenzione all’erogazione del servizio sanitario pubblico rispetto a quello privato. Abbiamo una popolazione progressivamente invecchiata che ha bisogno di continua assistenza ad un costo più basso possibile, erogata da un servizio pubblico vicino e solidale. Le pensioni dei nostri anziani, contadini, operai, artigiani, commercianti, sono misere e i costi di assistenza privati sono altissimi.
Tommaso Conti