Libro de pietra ‘mpostato allo piano, ‘nfaccia aglio tempo da tanto lontano, reccontame l’alema che sa d’antico appennecata a ‘na rama de fico, sola e robbusta me pare ca ‘spetta jò munno sse ferma, ma va de prescia. È’ ‘na fico cresciuta ‘ncima agli sassi, guardala bè prima che passi. Libro de pietra ropérto aglio tempo, scritto de luce, de ombre, de vento… f amme capì, te si ammopiito? A mmì me pare si ito all’acito! I monumenti, i fossi, i puzzi stao ancora ‘lloco ai punti giusti bene accroccati daglio tempo che fu, mo’ ‘mmece ruinati da tutti nù Libro de pietra, aiutame a lègge, che fine si fatto e quanto po’ regge sto peso novo della modernità, tu nonn’ iri j’urdimo nell’antichità! Alema antica de spazio, de vita, respunnime ppò, te si rozzonita? Ma la fico ‘ndo sta? Vedo jo’ cemento Mesà: c‘è stata belata perentro
Con questa premessa inizio a raccontare le famiglie di Cora sulla linea tracciata da Pietro Vitelli con i Laurienti. Terrò conto del manoscritto e porterò avanti storie familiari aggiornate. Percorro i gradini del tempo provando a riprendere il filo smarrito nel groviglio delle identità, cerco sostegno nei document i, nelle tradizioni, nei proverbi, nella tenacia delle case arroccate.

Comincio evidenziando i palazzi ancora in piedi accanto alle porte. Ogni palazzo ha il suo significato. Porta Romana è situata tra i possenti palazzi Fasanella, Mattei, Vittori a controllo dell’ingresso, non a caso e la torre lo conferma, perché i Mattei, presenti qui dal Trecento e i Vittori giunti da Firenze successivamente, erano militari. I Fasanella provenivano dal Sud, qui sono già negli ultimi anni del Duecento.
I Mattei si trasferirono a Roma, mantennero qui i loro beni e le loro committenze artistiche f ino al Settecento. Porta Ninfina era controllata dal palazzo dei Chiari militari anch’essi, che sovrasta la via Porticata fino al palazzo Cataldi, quasi a dominare l’accesso alla pedemontana, a Ninfa, verso il Monte. La porta di Cori monte confinava con il palazzo Veralli a controllo dei percorsi montani, ricordo che un ramo dei Mattei abitava al monte. Porta Signina indica Segni da dove proveniva il ramo dei Conti-Annibaldi della Molara. Essi dovevano avere un palazzo al monte e Rocca Massima, situata sulla via per Segni a controllo della via Appia e della via Latina, divenne proprio la” Rocca” ad opera di Riccardo Annibaldi. Il palazzo Annibaldi della Molara (ora Fochi) costruito nel 1600 potrebbe ricordare un loco familiare più antico? Intendo ora prendere in esame le famiglie umili, quelle che vivevano del proprio lavoro, che mantenevano le tradizioni, il dialetto, i proverbi e i sogni tra fat iche e lacrime. Gli artigiani erano l’ossatura della società, sapevano leggere, scrivere, far di conto e possedevano le arti della lavorazione della pietra, del legno, dei metalli, del cuoio, della creta, dei mattoni e tegole, della calce, delle fibre, della pittura, delle erbe e delle spezie utili per curare. Alcune categorie vennero da lontano e si fermarono qui come l’importante comunità ebraica venuta in fuga dal Regno di Napoli, ne parlerò.
Gli scalpellini Bossi, maestri della pietra, arrivarono da Como per costruire il Chiostro di S. Oliva e di S. Francesco. Furono chiamati dai Salviati per costruire il palazzo a Giuliano. S’inserirono nella società di Cori, misero su famiglia e parteciparono alla vita pubblica e culturale della cittadina. Con loro altri Lombardi divennero Lombardozzi, mastri muratori, sono ancora qui come gli Agostinelli e i Rossini mastri muratori marchigiani. Da Zéna, Genova, e dalla Provenza, giunsero i Padroni carpentieri, andarono a Cisterna nel Settecento. Dal Veneto si spostarono i Tognini dal Seicento sono qui.
I fabbri provenivano da Ceccano, regno di Napoli, erano chiamati callarari perché forgiavano le callare ovvero le pentole. I Giupponi, da giubba, lavoravano il cuoio, le scarpe, provenivano da Bergamo. I Botticelli erano pittori, abitavano a S. Michele, nel Settecento due Botticelli dipinsero le navette della Chiesa di S. Maria… Mi si consenta di entrare in punta di piedi nella suggestione… sottovoce: Botticelli fu a Roma alla fine del Quattrocento, possibile sia venuto a Cori come Raffaello che pare abbia dipinto la Madonna della Seggiola e come il Fontebuoni un secolo dopo… potrebbe…? A chiusura interrogativa di una panoramica a punta di spillo, riporto trame di vite di una famiglia di speziali, i farmacisti dell’epoca. A Cori nel Settecento c’erano tre famiglie di speziali: i Colangeli, i Mafalei e i Tomei. Nel 1745 Catharina Ungarelli, figlia di Francesco di Ferrara sposò Sante Felice Tomei speziale che morì lasciandola con un bambino. Giunse a Cori nel 1752 lo speziale Loreto Catenacci da Palombara Sabina per affittare la spezieria ereditata da Ferdinando Manari al Piglione. Catharina lo sposò ed ebbe altri figli da lui. Nel 1758 si rese necessario per lei recarsi a Ferrara per la morte del padre. Fece istanza davanti al giudice don Philippo Tiraborelli, deputato dall’Ill.mo Card. D’Elci a tutelare le donne e i minori. Espose che non poteva recarsi a Ferrara per conseguire l’eredità e i beni del padre Francesco con la famiglia in età puerile, e per non abbandonare i suoi beni, e la sua casa. Presentò due attestati uno di matrimonio e l’altro che testimoniava le leggi della signora, dei beni e patrimoni del padre, dei quali lei ha pochissimo fruttato a causa della lontananza, né può amministrarli il marito che lavora a Cori, né può pagare chi si può interessare…Chiese al giudice di autorizzare il marito come suo legittimo amministratore per assolvere a tutte le pratiche poiché lei molto si fida di lui. Così Loreto si recò a Ferrara a vendere le proprietà Ungarelli2. Ho scelto questa traccia familiare sconosciuta perché permette di apprezzare quanto Cori accogliendo nuove persone si arricchisse di valori. Catharina scelse di restare qui perché era figlia di Alessandra Colangeli di Cori, portava entro di sé il senso del luogo.
Giancarla Sissa