Violenza di genere. Chi interviene e come intervenire

“La violenza di genere, alla stessa stregua di altre forme di violenza, è fortemente correlata al concetto di potere: il suo vero obiettivo non è esclusivamente quello di provocare dolore e sofferenza fisica alla donna, quanto piuttosto quello di sottometterla, umiliarla, piegarla ed ingessarla dentro mille forme diverse di paura”.

Se la cultura patriarcale ha costruito un’immagine della donna basata sulla “secondarietà” e la tutela dell’esclusivismo maschile in settori e ruoli sociali, l’attuale realtà è sempre più tesa verso l’accumulo e la crescita della ricchezza. Accumulo come possesso di beni quindi di potere anche a discapito degli altri. L’enciclopedia Treccani sul web propone la definizione di possèsso nel linguaggio giuridico come “potere di fatto che si esercita su una cosa, su un bene, anche non materiale, avendone la detenzione e l’uso e godendone i frutti, indipendentemente dal fatto di averne la proprietà o altro diritto reale”.

Perché riportarne il significato qui? Perché indagata intimamente essa snocciola due importanti concetti: 1- la presa di possesso come diritto; 2- la facoltà di esercitare il potere sulla cosa della quale si è venuti in possesso. Le vittime di violenza di genere subiscono l’esercizio di tale “diritto” a causa di una distorsione della realtà, dei rapporti umani ed un’interpretazione malsana dell’amore. La possessività è collegata alla gelosia verso ciò riteniamo ci appartenga. La gelosia è un sentimento molto forte e se incanalato e gestito adeguatamente dalle f igure educative fin dalla tenera età, permette di costruire rapporti umani sani e significativi. Come tutte le emozioni, anche la gelosia è funzionale a renderci consapevoli dei nostri limiti, dandoci modo di affrontare le nostre evoluzioni per renderci possibilmente persone migliori. Cosa succede quando la gelosia si autoalimenta di sentimenti sfigurati e si legitt ima in una presunzione di diritto di possesso? L’individuo geloso è una persona insicura, impaurita dal confronto, che vive le relazioni nella paura dell’abbandono e della perdita. Per questo attiva atteggiamenti frustranti riguardo la persona per la quale prova un forte sentimento divenendo sospettoso, aggressivo, rigido nelle regole da imporre, costantemente presente. Quando la forte gelosia diventa patologica, tali atteggiamenti possono concret izzarsi in azioni violente. L’individuo diventa a tutti gli effetti “maltrattante”. Non vi è un identikit assoluto poiché colui che maltratta non appartiene ad un ceto o estrazione sociale specifici: ha un profilo trasversale rispetto alla società. I comportamenti che assume possono essere stimati attraverso un modello multidimensionale. Egli assume un atteggiamento di diniego (denegazione, negazione, rifiuto), lo stesso diffuso nella società e nella cultura alla quale apparteniamo che ci porta a minimizzare e giustificare anche un comportamento sbagliato. Da questa ottica il diniego diventa un organizzatore della società, e può capitare che l’atteggiamento di diniego venga assunto dagli stessi operatori chiamati ad intervenire.

Ecco perché è importante non solo la specifica formazione, ma un continuo aggiornamento e una continua supervisione degli operatori stessi.

La violenza di genere non è un fatto privato ma un crimine che coinvolge non solo la donna, i figli, la famiglia, familiari, parenti, amici, insomma l’intera comunità. Ogni donna ha una propria storia ed un vissuto proprio che precede ed include il caso di maltrattamento e violenza. E’ quindi necessario trattare ogni singolo caso nella sua esclusività. “Non esiste un tempo giusto di fuoriuscita dalla violenza, ogni donna è unica ed unico sarà il suo tempo.”. Tra le donne maltrattate vi sono donne immigrate la cui cultura quindi religione, usi, costumi e tradizioni sono differenti dalla nostra. Non si può intervenire sul caso prescindendo dalla conoscenza dei molteplici aspetti contestuali in cui quella donna è inserita e vive. “La violenza basata sul genere, inclusa la violenza domestica, è una grave violazione dei diritti umani, in particolare nei confronti delle donne”. “La violenza di genere è fondata sulla disparità di potere tra uomini e donne ed è un fenomeno sociale strutturale che ha radici culturali profonde, riconoscibili a una organizzazione patriarcale della società che ancora oggi pernea le pratiche e la vita quotidiana di milioni di donne e uomini”. Questa la definizione della Convenzione di Instanbul (CdL): Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica. L’Italia ha ratificato la Convenzione nel 2013 attuando la legge n. 119 del 2013 introducendo una serie di misure sia di carattere preventivo che repressivo, fornendo ulteriori strumenti di polizia giudiziaria. Nel 2015 è stato approvato il Piano straordinario contro la violenza sessuale e di genere; nel 2017 è stato approvato il Piano straordinario nazionale sulla violenza maschile contro le donne per pervenire ad una programmazione ordinaria volta al contrasto ed alla prevenzione della violenza sulle donne. Il suddetto piano d’azione del 2015 si basa su tre cardini fondamentali: prevenzione; protezione e sostegno; perseguire e punire. Il primo punto si basa sulla sensibilizzazione della collettività attraverso campagne mirate che puntino al coinvolgimento della pubblica opinione; al secondo punto riguarda la sensibilizzazione ed il rafforzamento delle conoscenze del personale docente e scolastico sul tema della violenza maschile sulle donne e la violenza assistita (la violenza assistita è stata definita dal Cismai – Coordinamento Italiano dei Servizi contro il Maltrattamento e l’Abuso dell’Infanzia- come “il fare esperienza da parte del/la bambino/a di qualsiasi forma di maltrattamento, compiuto attraverso atti di violenza fisica, verbale, psicologica, sessuale ed economica, su figure di riferimento o su altre f igure affettivamente significative adulti e minori”). Il terzo punto, prevede la promozione delle attività di formazione di tutte le professionalità che a diverso titolo entrano in contatto con le donne vittime di violenza e i loro figli minori; l’attivazione di percorsi di trattamento per gli uomini maltrattanti. Nessuna approssimazione è consentita. L’asse della protezione e del sostegno prevede una presa in carico della situazione, un percorso individuale finalizzato alla conquista della consapevolezza di sé e del controllo sulle proprie scelte da parte delle donne-vittime (empowerment); la continuità del servizio 1522 finalizzato all’assistenza; la protezione ed il supporto ai minori vittime e/o testimoni di situazioni di violenza incluso il femminicidio. Perché è necessaria una figura competente nel momento in cui la vittima racconta la sua storia? E’ essenziale che si comprenda come e perché scatta nel partner il comportamento violento. E’ necessario rendere la vittima consapevole della situazione rispettando i suoi tempi. E’ necessario non minimizzare, denegare, la situazione ed impedire che lo faccia la vittima. Chi interviene per primo? La figura professionale di riferimento in queste circostanze è formata nell’ambito psicologico e psicoterapeutico. Tale professionista si circonderà di operatori antiviolenza, ovvero coloro che prestano assistenza per primi, pedagogisti, assistenti sociali, avvocati. I CAV, Centri Antiviolenza svolgono attività di consulenza psicologica e legale, sostegno, formazione, promozione, sensibilizzazione e prevenzione, orientamento e accompagnamento al lavoro. Le associazioni che si pongono gli obiettivi suddetti in base al Piano d’azione straordinario, devono perciò conformarsi a specifici requisiti. L’aspetto poliedrico di questo fenomeno inevitabilmente coinvolge diverse professionalità ed ecco perché l’apporto multidisciplinare è inevitabile ed ecco perché la specializzazione professionale è un tassello necessario alla creazione di una rete solida e duratura. Essere sensibili al fenomeno, attivarsi sulla tematica è la prima azione da compirsi. Costruire connessioni con le istituzioni, le forze dell’ordine, scuole, ospedali, CAV, come previsto dal Piano d’azione del 2015 è la modalità. La creatività individuale è determinante nella creazione di iniziative plurime sul fenomeno. Porsi l’obiett ivo di prevenire casi di maltrattamento, violenza domestica, stalking, significa aguzzare le orecchie e acuire lo sguardo al fine di riconoscerli, denunciarli ed evitare il peggio. Signif ica denunciare un vicino, un parente, magari un fratello o un amico. Come sappiamo nella maggior parte dei casi il maltrattamento avviene nelle mura domestiche ed il femminicidio avviene per mano del partner o di un ex che ha avuto una relazione con la vittima. Determinante è impostare un lavoro parsimonioso e capillare nelle scuole. La scuola di oggi è chiamata a rispondere ad una molteplicità e complessità di temi, fino a qualche tempo fa sconosciuti o se vogliamo meno epidemici. Gli insegnanti da soli non possono bastare. Svolgono un enorme lavoro e non possono essere lasciati soli difronte a tali questioni. Così come previsto dal Piano Straordinario, gli interventi di professionisti esterni vanno ad incrementare, coadiuvare il loro lavoro. Una delle questioni ad esempio, è la tecnologia digitale. Non entro ora nella complessità dell’argomento, richiamando l’attenzione soltanto sul gioco. I giovani sono molto esposti durante le simulazioni di gioco a molti rischi. Lo schermo pone un limite allo sviluppo dell’intelligenza emotiva; impedisce di provare compassione o esercitare autocontrollo (analfabetismo emot ivo). La famiglia dovrebbe prendere il ragazzo sotto l’altro braccio ed insieme alla scuola costruire un contesto positivo, in cui si possono esprimere le emozioni, in cui si impara ad accoglierle quindi riconoscerle. Il rispetto per gli altri, incluso naturalmente quello per le donne si apprende dall’ambiente in cui viviamo, dalle persone che incontriamo, da ogni tipo di relazione interpersonale. Riconoscere le emozioni, moderarle se serve, immedesimarsi nell’altro, sono la cura alle discriminazioni, alla violenza, alla violenza di genere. Ha un nome: empatia. Ricordo l’App. della Polizia di Stato YouPol che permette di denunciare in tempo reale attraverso immagini e video, reati di bullismo, maltrattamenti intrafamiliari e violenza.

Giuliana Cenci 
Associazione Mariposa

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