Di chi è la colpa?

Peccati di una comunità educante

La persona, l’essere umano può essere considerato lo specchio del suo tempo e del suo ambiente. L’uomo è un animale sociale scriveva Aristotele. Per dire che l’uomo dopo aver soddisfatto i propri bisogni primari quali sonno, fame, sete, necessita di relazioni. Le relazioni costituiscono la base necessaria per la costruzione del proprio Sé. Durante le fasi di costruzione noi individuiamo modelli, selezioniamo rapporti umani, teniamo o scartiamo relazioni in base alle nostre esigenze.

Tale necessità è vissuta dalla prima infanzia, quando il bambino istintivamente sente il bisogno di interazione con la madre o con il caregiver (colui che si prende cura), vivendo il rapporto sulla base della cura e dell’accudimento. Successivamente, crescendo il bisogno relazionale conduce il bambino ad entrare in relazione con i propri pari, perseguendo un rapporto affettivo-amichevole con loro. Tutto il percorso individuale dell’essere umano è basato sulle relazioni.

Crescere significa quindi molte cose. Dai cambiamenti psicofisici allo sviluppo della personalità, dai processi di apprendimento dentro e fuori la scuola, all’ampliamento delle proprie reti sociali (social networks) e di amicizia. L’adolescenza è il processo di cambiamento in cui avviene il passaggio dall’infanzia all’età adulta. Essa è una fase di transizione complessa e non è esente da aspetti critici o traumatici: insicurezze, dubbi, frustrazioni, aspettative, sono tutti stati d’animo connaturati alle fasi di sviluppo e accompagnano la crescita del minore, che attraverso questi passaggi assume la consapevolezza di sé e del suo ruolo nel mondo che lo circonda. Allo stesso tempo, per una serie di ragioni diverse, un disagio può sfociare in comportamenti antisociali, pericolosi per sé e per gli altri. Esempi possono essere gli atti di bullismo, cyberbullismo, uso di sostanze, vandalismo, f ino all’ingresso nel mondo della criminalità minorile. Tali “devianze” non hanno una sola causa ma è un fenomeno multifattoriale con molte radici.

Una di queste è sicuramente un contesto di deprivazione sociale. Molti ragazzi e ragazze si trovano a vivere in territori diff icili caratterizzati da un forte disagio economico ma non si pensi che i cosiddetti “ragazzi senza problemi” ovvero ragazzi provenienti da famiglie di ceto medio e medio-alto, non siano soggetti a tali situazioni. La domanda sorge spontanea: qual è allora il denominatore comune di queste situazioni? Nell’ultima relazione del garante dei bambini la causa proviene dalla fragilità dei legami sociali e familiari.

Ecco allora che la comunità educante è il fattore cruciale per contenere questi fenomeni: carenza del senso di comunità, di rispetto verso sé stessi e gli altri, di modelli educativi. Un aggravamento del fenomeno è avvenuto durante l’emergenza covid a causa della sottrazione dei ragazzi dai momenti di socialità e possibilità educative. Spesso per molti di loro la scuola era l’unica alternativa a situazioni familiari difficili. Il covid ha inciso sul livello di povertà delle famiglie, aggiungendo problematiche pragmatiche alla gestione delle possibilità dei figli: l’impossibilità di pagare una mensilità per un hobby; l’impedimento di partecipazione ad eventi come gite scolastiche, compleanni ed altri eventi. Esempi semplici ma che hanno alimentato il divario delle famiglie e delle famiglie in background migratorio meno integrate, i cui figli spesso sono bersaglio di fenomeni di bullismo.

L’aspetto rilevante è il collegamento con la povertà educativa perché l’abbandono dei percorsi d’istruzione e formazione alimenta la marginalità sociale e la povertà educativa colpisce soprattutto ragazzi che vengono da situazioni di deprivazione. Rafforzare i legami familiari e sociali è fondamentale. Come? Si può intervenire su due fronti: preventivo e riparativo. Dal punto di vista della prevenzione si dovrebbe partire dalla valorizzazione della scuola e della comunità educante, quindi rafforzare sul territorio della rete dei centri e luoghi di aggregazione per bambini e ragazzi così da contrastare l’isolamento individuale in cui si alimentano fenomeni difformi ed irregolari. Proprio dalla carenza di reti sociali e familiari e nel progressivo allontanamento dai presidi educativi che si creano le condizioni favorevoli per i comportamenti criminali o a rischio. Sul fronte della riparazione la comunità svolge nei confronti del minore che abbia assunto comportamenti irregolari o commesso il reato, un ruolo di guida. Il minore dovrebbe essere reso consapevole del proprio comportamento dannoso, non solo come violazione di una normativa, ma anche per la sofferenza della vittima. “(…) effettiva presa di coscienza da parte del minore delle conseguenze del reato ed in vista di un effettivo reinserimento nel tessuto sociale (…)”.

Consiglio d’Europa, Raccomandazione del Comitato dei Ministri agli Stati membri sulla giustizia riparativa in materia penale. Coscienza, la valutazione morale del proprio agire. Noi, comunità educante, dovremmo valutare moralmente il nostro agito ed agire. Noi per primi, genitori e non, dovremmo essere dei modelli educativi positivi per questi futuri adulti così da renderli migliori di noi. Da sempre le generazioni adulte sono chiamate alla formazione di quelle successive, avendo la responsabilità nel presente di rispondere ai loro bisogni e dotandoli di strumenti idonei e lungimiranti finalizzati ad affrontare il loro percorso individuale di formazione del sé. E’ difficile sentirsi dire che i bulli sono vittime ma è proprio così. Se una società è fallace proprio sui propri giovani, la colpa a chi dovremmo imputarla? A chi dovremmo formare o a chi dovrebbe essere già formato? A chi ancora non ha strumenti o a chi dovrebbe fornirli?

Giuliana Cenci 
Associazione Mariposa

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