L’EDITORIALE: La montagna e il topolino

Il Governo, dalle parole ai fatti, vara mini riforme per non inciampare in richiami del Colle e conflitti sociali. La Meloni prova a resistere al pressing di Salvini in difficoltà.

Come nella favola di Esopo, alla fine la montagna concepì il topolino. E non poteva essere diversamente perché ciò che si afferma in campagna elettorale, e a volte lo si urla, difficilmente, alla prova dei fatti si può tradurre in realtà.

La manovra economica presentata dal Governo, poi sottoposta al vaglio delle aule parlamentari, sta nella logica dell’accontentare un pò tutti (nella maggioranza) per non scontentare nessuno, ed è ben lontana da quei programmi e svolte economiche annunciate dai palchi delle piazze italiane nei roboanti comizi settembrini dalla allora candidata Giorgia Meloni, ed oggi Primo Ministro. E questo è un bene ed è, quindi, tutt’altro che una critica. Anzi, chapeau! alla Premier che, tirando il freno a mano, sta cercando di tenere testa alle tracotanti intemperanze di Salvini.

Impresa non facile: la Lega è precipitata ai minimi storici e dal basso delle sue percentuali il “capitano”, come ancora si fa chiamare, non passa giorno che il buon Dio manda in terra, che non cerchi di condizionare l’operato del governo e di porre bandierine che richiamano l’attenzione del paese, che parlano il linguaggio della demagogia ma che se fossero messe in pratica allontanerebbero decisamente l’Italia dall’Europa relegandola politicamente nei recinti orbaniani, ed economicamente avviandola ad un default molto simile a quello del 2011.

Non tutti i tentativi gli sono andati a vuoto: dallo strampalato decreto antirave, con il quale il governo ha malamente inaugurato la legislatura, messo in atto dal ministro luogotenente di Salvini, Piantedosi (autore della pessima espressione “carico residuale” riferito ad esseri umani), alla vicenda sgradevole dell’incidente diplomatico con la Francia, una indiscrezione dell’agenzia “Ansa” fatta passare per annuncio ufficiale dell’Eliseo circa l’accoglienza di una nave Ong, alla sceneggiata della selezione degli immigrati, passando attraverso una raffica di dichiarazioni di esponenti della maggioranza, di personaggi di “mezzo” e di mezze calzette che hanno acceso un fuoco pirotecnico di sgrammaticature istituzionali e politiche. Sgrammaticature alle quali in più occasioni, (che sono tante considerato che questo governo è in carica da poco più di un mese), ha dovuto porre rimedio il Capo dello Stato a volte con interventi pubblici, altre volte con la “moral suassion” attraverso i tradizionali canali quirinalizi ma sempre nell’ambito delle sue prerogative.

La Meloni, che al G20 si è fatta in quattro per farsi apprezzare e rendersi accettabile dai potenti del mondo, tuffandosi in incontri bilaterali di ogni tipo e dimensione, da Biden al presidente Australiano, tanto per capirci, e che in Europa invece che a sbattere i pugni, come aveva promesso ai suoi elettori, è andata a stringere mani, non poteva, come non può e non potrà non invertire la rotta e muoversi, a prescindere da dichiarazioni e frasi di circostanza, nella rotta tracciata dall’agenda Draghi. In particolare, il dettaglio, è che lei non è Mario Draghi, riconosciuto e apprezzato in tutte le cancellerie europee ed internazionali, ma è Giorgia Meloni, che sarà pure donna, “madre e cristiana”, ma deve dimostrare di essere affidabile intanto sul piano economico, e su questo già Bruxelles ha avvertito Palazzo Chigi di stare attento al debito pubblico, e poi, cosa non secondaria, di essere affidabile sul piano dei diritti civili e sulla collocazione democratica e occidentale, con tutto il suo carico valoriale, che ciò comporta. Qui non è difficile prevedere il corto circuito con Matteo Salvini che per risalire la china, impresa quasi impossibile, deve spingere la Meloni in direzione opposta a dove sta andando. E Giorgia sta andando verso l’Europa che conta, che manda i soldini, quella del PNRR, ma anche quella che combatte il populismo ed il sovranismo. Non ha scelta.

Al momento si procede al ribasso e sul compromesso, e lo si è visto dalla manovra economica. Ma è un compromesso che durerà poco: sul reddito di cittadinanza sta per aprirsi un primo conflitto sociale. Ma i mesi che verranno ci porteranno una crisi di ben più ampie dimensioni ed è su quel terreno che si capirà il futuro di questo esecutivo. E se avrà un futuro.

Emilio Magliano

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