La riflessione sulle tematiche dello sviluppo sostenibile inizia negli anni ’70 del XX Secolo. Il rapporto “I limiti dello sviluppo” realizzato dal MIT di Boston nel 1972, annuncia che la pressione demografica e la crescita industriale avrebbero comportato, entro la fine del 20esimo secolo, una differenza tra domanda e disponibilità di risorse tale da determinare il definitivo collasso economico, ecologico e demografico del sistema mondiale.
Nel 1987 la commissione mondiale sull’ambiente e lo sviluppo della Nazioni Unite, WCED, elabora il Rapporto Brundtland, in cui si trova la prima e più condivisa definizione di sviluppo sostenibile, uno sviluppo che soddisfi i bisogni del presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i propri. Individua 3 ostacoli: la quasi assoluta dipendenza dai combustibili fossili che aggrava gli squilibri tra Nord e Sud del Pianeta ed è responsabile anche dei fenomeni di inquinamento come le piogge acide o il buco nell’ozono; l’esplosione demografica dei Paesi in via di sviluppo che rischia di diventare incompatibile con le capacità produttive dell’ecosistema; l’inadeguatezza del quadro istituzionale. Non esistono enti o istituzioni sovranazionali dotati del potere di coordinare a livello globale le scelte di natura economica.
uno sviluppo che soddisfi i bisogni del presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i propri
Nel “Summit della Terra” tenutosi a Rio de Janeiro nel 1992 si approva ufficialmente il programma di azione contenuto nell’Agenda 21. Una sorta di manuale per raggiungere lo sviluppo sostenibile attraverso un processo partecipativo e democratico: il capitolo 28 recita che “ogni autorità locale deve aprire un dialogo con i propri cittadini…. e acquisire le informazioni necessarie per la formulazione delle migliori strategie”.

Nel 2002 a Johannesburg in Sud Africa si riuniscono gli esponenti del business e dell’associazionismo, dai quali, piuttosto che accordi governativi, nascono partenariati in grado di porre l’attenzione sulle difficoltà dei paesi più poveri e sui principali problemi ambientali. Nel 2015 nella Conferenza di Parigi viene chiarita la differenza tra i termini “crescita” e “sviluppo”. Lo sviluppo non è inteso come una semplice crescita quantitativa, ma come miglioramento della qualità di vita, la risultante di componenti non solo economiche, ma anche sociali ed ambientali, come le condizioni sanitarie e il livello di istruzione. Inizia a diffondersi la consapevolezza che lo sviluppo sostenibile è innanzitutto un sistema di obiettivi: integrità dell’ecosistema; efficienza dell’economia; equità sociale. Il 1° gennaio 2016, con l’Agenda 2030, entrano in vigore gli Obiettivi di sviluppo sostenibile adottati all’unanimità dagli Stati membri delle Nazioni Unite con l’impegno di raggiungerli entro il 2030. Si adottano le “strategie nazionali di sviluppo sostenibile”, nel nostro Paese dal dicembre 2017, in cui la dimensione economica dello sviluppo è inscindibilmente affiancata all’inclusione sociale e alla tutela dell’ambiente.
Da quanto riportato dai media, la COP 27 (27° Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici), tenutasi lo scorso novembre in Egitto, non ha raggiunto obiettivi incoraggianti per la folta presenza delle lobby delle fonti fossili. Gas e combustibili fossili non sono stati citati, come invece richiesto all’inizio della Conferenza da molti Paesi e dalla società civile, che auspicavano emergere dalla Cop concreti obiettivi di loro riduzione. L’unica nota positiva è che è stato istituito un Fondo per la compensazione economica dei Paesi più colpiti dal riscaldamento climatico, che paradossalmente sono coloro che ne hanno minore responsabilità storica. Dai 2,5 miliardi di abitanti degli anni ’50, con tendenza crescente, da qualche giorno sul pianeta terra siamo 8 miliardi. Un grande traguardo, raggiunto grazie alla crescita dell’età media di vita, ma anche una grande responsabilità. E’ necessario agire, con azioni diffuse sui territori, con politiche e strategie volontarie di decarbonizzazione, con la collaborazione di tutti. Circa 10 anni fa, sensibilizzati dalla tematica dell’ambiente, abbiamo creato il ‘Laboratorio dell’abitare sostenibile’. Un gruppo di studio interdisciplinare all’interno di una realtà lavorativa che si occupa di architettura e ingegneria.

La sostenibilità in tutte le sue forme è la base del nuovo paradigma che ci guida nell’indirizzare clienti e collaboratori nelle scelte concrete dell’abitare. Ringraziando il direttore del Corace per l’invito, cercheremo di approfondire le evoluzioni della materia sia a livello internazionale che locale e di diffonderne i contenuti: l’Agenda 2030, le energie rinnovabili, l’economia circolare, le normative, il bonus 110, effetti sull’ambiente della quarta rivoluzione industriale, la fusione nucleare, eventi nazionali e internazionali.
Alberto Pistilli
Laboratorio dell’abitare Sostenibile