Sindoni laiche di uomini moderni cappotti di Jannis Kounellis Sindoni laiche di uomini moderni
Una mattina di marzo del 2014, l’artista italo greco Jannis Kounellis, si presentò nei laboratori della Stamperia d’Arte Albicocco di Udine, con un cappotto nero in mano, comprato al mercato dell’usato. Saliva da Roma e le sue intenzioni erano chiare: “Lo voglio stampato su un foglio a grandezza naturale”. Ad accoglierlo, c’erano Corrado Albicocco e il figlio Gianluca.

Benché fossero abituati alle richieste più bizzarre degli artisti ed avessero già lavorato con Kounellis, quella sembrò veramente una delle più impegnative imprese da realizzare. Se riportare un’impronta di un qualsiasi oggetto su una lastra calcografica di metallo non è cosa semplice, quasi impossibile è riuscire, contestualmente, ad imprimere l’invisibile che sostiene quell’opera, per ora solo chiara nella mente dell’artista. Imprimere l’anima, prima della forma. Si andò per esclusione, scorrendo fra le varie tecniche incisorie che potevano dare una risposta ai tre in piedi davanti ai banchi di lavoro. Corrado a quel punto avanzò l’idea di realizzare le impronte con la tecnica del carborundum. Provarono, quindi, ad affogare il cappotto nella resina epossidica e a cospargere questa con polvere di metallo (il carborundum appunto). Quello che ne risultò furono dodici pugni allo stomaco per chi li guarda.

Dodici tracce di un elemento caro da sempre a Kounellis, il cappotto, “saio dell’uomo moderno”. Dodici impronte nere nel vuoto della luce bianca che le circonda. Immagini sindoniche, quelle del cappotto, veste che trattiene i segni della vita, le usure del quotidiano. Un’iconografia della tragedia umana contemporanea, della sua sottomissione al logorio del lavoro e alla derivante alienazione del sé. Ho visto per la prima volta le stampe dei cappotti a Roma, nella mostra allestita all’Istituto Centrale per la Grafica di Palazzo Poli, e mi sono trovato di fronte a opere che parlavano non solo di “uomo”, ma anche di infinito, di Dio. Sembravano opere del Trecento. Il bianco che accoglieva le impronte nere dei cappotti, poteva benissimo essere l’oro delle tavole medievali, e gli stessi cappotti diventare i santi, i martiri, gli uomini. Forme senza tempo, tracce di vita vissuta e logora che urlano in faccia all’uomo stesso.
Edoardo Bernardi