Rimettere il lavoro al centro a partire dalle prossime Regionali
Il Partito Democratico sta affrontando una delle tappe più dure del suo percorso politico. Il Congresso che ci accingiamo a celebrare deve uscire dalle strettoie del dibattito interno per poter assumere una rilevanza importante all’interno del dibattito pubblico. Paradossalmente oggi più che mai ciò che accade al PD deve e può interessare al Paese ed essere elemento di fondamentale rilevanza nella conformazione degli equilibri politici e sociali, negli assetti parlamentari e nel tessuto vivo del Paese e delle comunità. Non è una questione di sopravvalutazione del proprio ruolo. È d’uopo considerare la centralità del PD nel campo progressista e riformista; gli innumerevoli tentativi di costruire fuori e oltre il PD sono falliti o hanno prodotto scarsi risultati. L’offerta competitiva arriva dall’esterno, in particolare maniera dal M5S a guida Conte, che tenta di accreditarsi, con scarsa credibilità ma con qualche risultato, come presunto riferimento di un’area progressista. Dall’altra parte il tentativo del Terzo Polo di attrarre l’area liberal e riformista del PD appare per lo più un’azione di superficie, con effetti marginali. Grave errore sarebbe impostare la fase decisiva della campagna e della contesa congressuale sulla dicotomia delle alleanze possibili. Sarebbe esiziale la subalternità del nostro dibattito nei confronti della politica delle alleanze. Oggi la missione è più profonda e l’obiett ivo è quello di non rimanere schiacciati fra il movimentismo radicaleggiante con venature ancora populiste dei Cinque Stelle e il terzopolismo, che poi in verità è spesso un quartopolismo, liberale e riformista, ma in taluni casi scivolante in una zona grigia e non meglio identificata fra il campo progressista e un centrodestra a trazione sempre più sovranista. Sarà successivo il tema della ricerca delle alleanze e la necessità, certificata dall’esito elettorale, di mettere insieme tutte le forze alternative alla destra sovranista su una piattaforma programmatica chiara. Le elezioni politiche hanno sicuramente segnato una battuta d’arresto. Nonostante il PD avesse presentato una piattaforma politica molto avanzata, soprattutto sul piano dei diritti e dell’innovazione, ed un programma articolato non siamo riusciti a trasmettere l’idea di un’aggregazione su parole d’ordine chiare che connotassero la nostra missione e la nostra visione di Paese È chiaro che di fronte a forze politiche che tendono a dare risposte semplici a problemi complessi e a cavalcare lo story telling mediatico intorno alla leadership di turno, noi abbiamo il tema di preservare la caratteristica della struttura partito e al contempo l’urgenza di affrontare il nodo della leadership; un’altra dicotomia da evitare nella nostra discussione congressuale è quella fra il partito degli eletti e il partito dei dirigenti. Le candidature alla segreteria del PD di cui si sta parlando da diverse settimane in fondo hanno delle caratteristiche trasversali.
È naturale che l’esperienza accumulata nella gestione di processi complessi come quelli amministrativi a diversi livelli possa essere un valore aggiunto; al contempo è chiaro come il PD si regga nella sua missione fondativa sulla capacità di essere un soggetto politico che ha una piattaforma valoriale e una missione nella società, non appiattita su una monodimensionalità governista e amministrativa. La demonizzazione del partito dei sindaci e degli amministratori, che rappresentano una rete fort issima e radicata della nostra presenza politica, appare un falso problema e il pretesto per una contrapposizione talora banalizzante. Ben venga la possibilità di ricambio dei gruppi dirigenti che attinga dalle esperienze migliori dei territori, siano esse esperienze di gestione amministrativa o di direzione politica. Il nodo della rappresentanza territoriale è una ferita aperta. Dare voce ai territori nella composizione dei gruppi dirigenti nazionali e delle rappresentanza parlamentare non è soltanto un atto giusto. Anche attraverso tale valorizzazione passa la capacità del PD di tornare ad essere percepito con più slancio e come una forza popolare e non avulsa dalle dinamiche, dai sogni e dai drammi delle persone nella quotidianità. Dopo le elezioni politiche si è aperta una discussione nella quale si è finanche arrivati a prefigurare il superamento del Partito Democratico. Io ritengo che il PD, nei suoi valori fondativi e nella missione che ci si è dati al momento della sua nascita, sia ancora uno soggetto fondamentale negli assetti politici italiani. Nonostante le contraddizioni e le difficoltà, inevitabili nella costruzione di un processo democratico di tale portata, nessun altro soggetto sarebbe oggi in grado di rappresentare il campo progressista in maniera più larga. Gli elettori ci hanno spesso mostrato che il tema non è quello di costruire un nuovo partito ma un “partito nuovo”, rispetto anche alla capacità di rappresentanza dei gruppi dirigenti. Un PD più presente nei luoghi fisici, più attento alla garanzia e all’evoluzione dei diritti sociali; un partito che recuperi seriamente l’insediamento nelle periferie e che si ponga il tema di riadattare la propria agenda alle nuove priorità ed emergenze che si riscontrano ad una analisi aggiornata del nostro tessuto socio-economico. Nuove marginalità, nuove povertà, squilibri fra territori, fra segmenti sociali, fra generi diversi; e inoltre le grandi temat iche legate ai mutamenti climatici, alla difesa del pianeta, alla lotta al dissesto idrogeologico, alla accelerazione decisiva su transizione ecologica e digitale.

Uno dei due sarà il nuovo Segretario del PD
Partendo già dall’esame della prima finanziaria del Governo Meloni appare lampante come la nuova nostra agenda delle priorità non possa che ritornare prepotentemente ai concetti di equità, di giustizia sociale, di difesa del diritto all’istruzione e alla sanità pubblica. Priorità chiare, conquiste da difendere, diritti da allagare. Su queste linee di orientamento la sfida delle regionali nel Lazio deve essere improntata sulla valorizzazione e rivendicazione del lavoro di questi anni e non può riflettere e replicare esclusivamente la dialettica e le offerte di ordine politico su scala nazionale. Il rischio è quello di disperdere un articolato lavoro amministrativo che ha necessità di continuità politico-amministrativa per logiche che vanno molto oltre il giudizio sulla qualità dell’azione di governo messa in campo. È stato a mio avviso un grave errore da parte di Giuseppe Conte e del Movimento 5 stelle interrompere, per calcoli politici che poco hanno a che fare con il futuro delle cittadine e dei cittadini del Lazio, una linea di collaborazione e continuità politico amministrativa che ha prodotto importantissimi risultati. Ciò detto, siamo in campo con una coalizione larga e forte che può giocare la partita a viso aperto, contendendo alla destra la vittoria nella Regione Lazio. Dopo 10 anni in cui abbiamo riportato il Lazio fra le Regioni più importanti di Europa, risanando un debito sanitario mostruoso e rilanciando la nostra Regione ad ogni livello, un ritorno al passato e alla stessa classe dirigente che tante di quelle criticità ha prodotto, sarebbe esiziale. Siamo quindi in una fase storica di grande delicatezza. Se guardiamo alle tendenze del campo progressista e delle forze della sinistra in diverse realtà europee, notiamo come ci possa essere il pericolo a cui abbiamo già accennato, dello schiacciamento fra il polo del Movimento 5 Stelle e l’ala liberal-riformista. Forze che debbono dialogare fra loro e non vicendevolmente cannibalizzarsi. Se intorno alle proposte di leadership e al confronto congressuale troveremo la possibilità di ritornare a far vivere il PD come un soggetto popolare, largo, inclusivo avremo vinto la nostra sfida. Ciò che escludo è che si possa ragionare di un campo progressista senza la presenza, la centralità e la forza del PD.
Salvatore La Penna
Consigliere DEM Regione Lazio