Il triangolo rosa

Auschwitz è fuori di noi, ma è intorno a noi. La peste si è spenta me l’infezione serpeggia

Perché idealizziamo? A cosa serve l’idealizzazione? Secondo una branca della psicologia, l’idealizzazione è un sistema di difesa con lo scopo di proteggerci dal provare sentimenti intollerabili. Non ha connotazione negativa perché è un comportamento adattativo per la vita al fine di evitare di provare ansia ed angoscia. Secondo alcuni studi sociologici non si può comprendere il concetto di idealizzazione prescindendo dal concetto di “ruolo” poiché in esso coesistono due aspetti: il primo è quello profondamente “vero” della nostra essenza; il secondo è il ruolo che la società ci “impone” di interpretare. Proprio tra i due aspetti inevitabilmente possono manifestarsi divergenze e frustrazioni costruite sulla base di aspettative di ruolo per l’individuo. Il sociologo americano Ralf Dahendorf uno degli esponenti della teoria dell’Homo sociologicus, vede nel ruolo un fattore di coercizione. Se per natura siamo portati a stare in contatto con l’altro, che addirittura è parte essenziale del definirsi della nostra identità, il nostro ruolo nelle relazioni emotive ed emozionali va ad identificarsi con chi mi è immediatamente prossimo. Nella famiglia, così come nella comunità, il contesto di provenienza con tutti i suoi “attori sociali” incide su chi siamo e chi andremmo ad essere. Il costruirsi di un ideale è frutto della cont inua ricerca del nostro senso di appartenenza che più o meno consapevolmente ci detta quotidianamente regole comportamentali, interessi, abitudini, con l’obiettivo di fondere il nostro ruolo “vero” con quello “strutturato”. Treccani definisce il termine “ideale” così: Che appartiene ed è proprio dell’idea, intesa come entità essenzialmente mentale e spirituale contrapposta alla realtà esterna; quindi in genere, che non ha esistenza se non nella mente(…). E continua: prodotto della fantasia, dall’immaginazione, che non ha rispondenza nella realtà o modello nella natura. In ultimo: che appartiene all’idea, come perfetto modello verso cui si tende nell’azione o nella conoscenza. Se in questa azione vengono individuate delle discrepanze rispetto all’ ideale, accade che un popolo, Volk in tedesco, possa escogitare delle strategie per eliminarle. Ecco che le minoranze etniche, religiose, sessuali, possano essere obiettivi politici da perseguire legalmente per la salvaguardia del concetto ideale di una “razza pura”. Così come la stella gialla a sei punte fu il simbolo che individuava gli ebrei all’interno dei campi di sterminio nazisti, il triangolo rosa era il simbolo della discriminazione degli omosessuali durante il Terzo Reich. La Germania dall’inizio degli anni Venti era minata da una gravissima crisi economica. Crescente disoccupazione, malcontento sociale, rancore per la sconfitta della guerra, insieme ai tradizionali bersagli, ebrei ed omosessuali plasmarono l’ideale del nazionalsocialismo fuso agli ideali dell’estrema destra. “Respingiamo ogni forma di lascivia, specialmente l’omosessualità, perché essa ci deruba della nostra ultima possibilità di liberare il nostro popolo dalle catene che lo rendono schiavo.” Così scriveva un giornale tedesco nel 1923. Così nel 1928 il Partito Nazista dichiarò ufficialmente nemici gli omosessuali poiché “essi diffondono il male nella società tedesca, intaccandone la sana mascolinità e la capacità riproduttiva.” Le Liste Rosa venivano stilate dalla Centrale dell’impero per combattere l’omosessualità. Hitler denunciò il pericolo di una “congiura omosessuale contro la concezione normale di una nazione sana e contro la sicurezza dello stato” dopo aver epurato la corrente di sinistra del partito, che aveva a capo Ernst Rohm, omosessuale appunto. Il paragrafo n.175 della legge del 1871 che introdusse il “reato” di omosessualità fu ripreso ed incrementato: si passò da 5 a 10 anni di reclusione; abbracci, baci e persino le fantasie omosessuali erano punibili. Nei lager la condizione di questi uomini era alla stregua della gerarchia stessa dei lager. Il medico sovietico Mark Serejskij scrive sulla Grande Enciclopedia Sovietica che: “la legislazione sovietica non riconosce reati cosi detti contro la morale. Le nostre leggi partono dal principio della difesa della società, quindi prevedono una punizione solo in quei casi in cui l’oggetto dell’interesse omosessuale sia un bambino o un minorenne…” e prosegue però definendo l’omosessualità una malattia difficile se non impossibile da curare, così “pur riconoscendo la scorrettezza dello sviluppo omosessuale […] la nostra società combina misure terapeutiche e profilattiche con tutte le necessarie condizioni per rendere il conflitto che affligge gli omosessuali il meno doloroso possibile e per risolvere il loro t ipico estraneamento dalla società all’interno del collettivo.” Stalin iniziò un periodo di repressione generale all’omosessualità facendo in modo che tutte le Repubbliche introducessero nel proprio codice penale norme ed articoli contro l’omosessualità. Lo psichiatra Vladimir Michajlovic Bechterev dichiarò durante un processo a carico di un intellettuale omosessuale che l’“ostentazione pubblica di tali impulsi…è socialmente nociva e non può essere consentita”.

Nel 1936 il Commissario del popolo (Ministro della giustizia) annunciò che: l’omosessualità è il prodotto della decadenza delle classi sfruttatrici, che non hanno niente da fare […] in una società democratica fondata su sani principi, per tali persone non c’è posto.” Addirittura l’omosessualità divenne controrivoluzionaria! Il Codice penale della Repubblica Sovietica Russa condanna alla reclusione fino a 5 anni il reato di omosessualità; l’art. 121.2 fino a 8 anni nel caso di violenza fisica o sfruttamento della posizione dipendente della vittima, o di rapport i con minorenni. Non entro specificatamente nell’ambito religioso, ma è retroterra culturale delle società. Attualmente in Russia è vigente una legislazione discriminatoria nei confronti della comunità LGBTI finalizzata a limitarne la propaganda tra i minori per tutelare i valori della famiglia tradizionale. Secondo l’ambasciatore dei mondiali di calcio del Qatar Khalid Salman l’omosessualità è “un danno mentale”, è “dannosa per i bambini”, ed è un bene che resti proibita. Parole perfettamente in linea con la religione. Qualche giorno fa il Consigliere regionale del Veneto di Fratelli d’Italia Joe Formaggio ha definito oscenità la mozione proposta dall’opposizione di aderire come regione alla rete READY (rete di amministrazioni contro le discriminazioni e le violenze) e ai Pride, ovviamente bocciata dalla maggioranza di destra.

Se l’uomo attua l’idealizzazione come meccanismo di difesa di sé, accade che tal processo possa in una società che sente minacciate le certezze più visibili e tangibili, diventare escludente e discriminatoria, poiché può ritenere amorale tutto ciò che non si allinea, cioè ciò che non collima tra “legge della natura” e “legge morale”. Kant nella Critica della Ragion Pratica definisce la Legge morale insita nella natura umana. E’ dato come un “fatto della ragione”. E’ un principio oggettivo: è considerato da Kant valido in ogni tempo. La morale serve ad avere e dare risposte. Respingere ciò che è minoranza ed in più può non avere facile comprensione, viene escluso da quella morale, dalla società, quindi dall’impegno politico. Se la nostra società non è ancora in grado di farsi carico delle proprie minoranze, allora non è tanto diversa dal passato. Se ancora si considera l’omosessualità una malattia, allora che progresso c’è stato? L’omosessualità non è una malattia e non è innaturale. L’orientamento sessuale è l’attrazione emozionale, romantica e/o sessuale verso individui di sesso opposto o dello stesso sesso. Quindi parliamo di emozioni e sentimenti. Può coincidere con il genere, cioè uomo o donna, ma può non coincidere. Reprimere, nascondere, negare la propria omosessualità è stato ed è una questione di vita o di morte. Il Terzo Reich ha realizzato l’omocausto. Nei Gulag dal 1934 al 1980 sono finiti 50.000 esseri umani. Attualmente si approvano leggi contro gli omosessuali. La morale che stiamo seguendo è progredita? Per fortuna le nuove generazioni stanno tracciando la strada verso la fluidità che non è soltanto un aggettivo riferibile alla sola sessualità, ma è identitaria, una forma mentis di libertà, di piena ed esprimibile realizzazione del sé.

Giuliana Cenci Associazione Mariposa

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