Il direttore de “La Stampa” Massimo Giannini, ospite di Lilli Gruber nel suo programma su La7, ha definito il PD “Kafka allo stato puro”. Giannini è un giornalista non certo di destra. È di quelli che al PD vogliono bene. Ne riconosce la sua centralità nella sinistra e nel campo riformista e progressista, ma soprattutto il suo essere una forza necessaria alla democrazia italiana. Ed è questa consapevolezza che, insieme a Giannini, porta chi ha a cuore le sorti del partito, dagli iscritti, agli elettori, a quei cittadini attenti e preoccupati dell’aria che tira dalle parti di Palazzo Chigi, ad essere a dir poco sconcertati (in qualche caso indignati) da come si sta svolgendo il dibattito congressuale. Ha ragione Giannini: c’è Kafka in questa surreale discussione interna ai Dem, ma esterna alle emergenze e alle esigenze del Paese. I candidati alla Segreteria si stanno avvitando su tre parole chiave che vogliono dire tutto e niente. Dipende da come le declini nella pratica politica: identità, programmi, alleanze. Identità su cosa, partendo da dove per andare dove? (attenti a non perdersi come Totò e Peppino nel famoso film) I programmi: in base a quali prospettive e visione della società? Le alleanze: se non sciogli i primi due nodi come fai a misurarti con gli altri? Esiste, in questo estemporaneo dibattito, un convitato di pietra che, a nostro avviso è la madre di tutte le questioni: il conflitto sociale. Il PD, dinanzi alle diseguaglianze, alle precarietà, alla mancanza di lavoro, ai disagi di ceti sempre più ampi della popolazione, al dramma delle periferie, deve entrare in campo e schierarsi. E lo deve fare sapendo che la polit ica è un qualcosa che unisce e che divide: se si pretende di parlare a tutti vuol dire che non si entra nelle contraddizioni della società, che ci si allontana dai propri riferimenti sociali e ci si rivolge ad un elettorato indistinto. Questo può andare bene al massimo per un governo di emergenza, ma non per un partito che in quanto tale, deve avere un suo programma, le sue fasce sociali e la sua capacità – in questo caso- di mettere insieme diritti sociali ed economici con diritti civili e tutela dell’ambiente. Ciò presuppone un orizzonte politico. Se si agisce per conto terzi – come è accaduto con il governo Draghi – si compie un generoso atto di responsabilità, ma si rinuncia ad assolvere alle funzioni di partito e soprattutto si rinuncia ad esercitare l’opposizione ad un esecutivo diviso su tutto, che non è né sovranista, né liberale, né sociale (nel senso almirantiano), ma è semplicemente corporativo e clientelare: un governicchio alle prese con il principio di realtà che lo porta a dire e contraddire, a fare un passo avanti e due indietro su tutto. Basta citare le ultime vertenze con i gestori del carburante sui quali si è cercato di far ricadere la responsabilità di una speculazione che non c’è, per giustificare la strampalata retromarcia sulle accise. Eclatante poi, e francamente scandalosa, l’annunciata riforma sulle intercettazioni telefoniche voluta dal Ministro della Giustizia Carlo Nordio (con perplessità della Premier e opportuna puntualizzazione di Mattarella in sede di CSM) a ridosso dell’arresto di Matteo Messina Denaro. Dinanzi a tanta approssimazione governativa servirebbe un ruolo dai banchi dell’opposizione molto attivo e capace di cogliere e rintuzzare le contraddizioni dell’Esecutivo. E invece? Si discute al Nazareno di regole elettorali, statuti e bazzecole varie, delegando e regalando l’opposizione a Giuseppe Conte che non a caso è percepito insieme al suo Movimento, dalla pubblica opinione, come unico oppositore al Governo Meloni. Percezione testimoniata nell’aumento di consensi ai 5 Stelle nei sondaggi (18%) a scapito dei Dem ormai alla soglia del 15%. Sarebbe auspicabile che il PD la smettesse con la spocchia autoreferenziale e autosufficiente, che lasciasse perdere le patetiche difese d’ufficio (e di bottega) e lavorasse sul serio a qualcosa di nuovo, chiunque sarà il segretario o la segretaria.
Vale per tutti il suggerimento di Goffredo Bettini: Sinistra. Punto e a capo.
Emilio Magliano