A mia memoria, e a mia conoscenza del mondo corese, le donne di Cori hanno sempre lavorato e malgrado avessero come ovunque meno diritti, meno autonomia e meno potere, nella vita familiare si trovavano e agivano alla pari con il marito anche se dovevano non poche volte sopportarne il carattere, gli umori, l’istinto di potere o di superiorità. In fondo venivano dal mondo latino-romano e poi si legavano dopo il prevalere dell’era cristiana e cattolica in matrimonio con un rito di evidente subordinazione anche se via via i due sposi, maschio e femmina, sono stati sempre più consacrati alla pari. Cori è stata sempre, fino a i nostri giorni, una città soprattutto agricola fatta di proprietari terrieri, piccoli contadini, braccianti, pastori e con artigiani necessari a fornire il necessario alla vita (calzolai, sarti, falegnami ecc.). Cori ha ancora oggi un’ottima agricoltura, vigne e oliveti, mentre è pressoché scomparsa la pastorizia. E la donna corese ha sempre lavorato in quell’ambito. Purtroppo i braccianti e soprattutto le braccianti hanno dovuto condurre una vita sempre difficile. Malgrado i diritti conquistati, all’inizio del Novecento a seguito di lotte e persino scioperi su esempio delle lotte che avvenivano nei Castelli romani di cui Cori è propaggine e in altre regioni italiane, con diminuzione della giornata di lavoro e appena migliori salari, l’avvento del fascismo negli anni Venti del secolo scorso riportò i braccianti e soprattutto le braccianti a una dura subordinazione che si è prolungata a lungo anche nel Secondo dopoguerra.

Ricordo ancora alla fine degli anni sessanta, come parte della mia formazione culturale e politica, la lotta delle raccoglitrici di olive per una giornata di lavoro più leggera e migliore paga. Queste lotte erano spesso animate e guidate da donne a volte “caporali”, con una tenacia, una intelligenza e un carisma davvero eccezionale e meritorio per migliori condizioni di vita. Voglio qui ricordare tra tutte Lucia Nardocci, detta la Giovénca, che meriterebbe essere ricordata con qualche punto di Cori a lei dedicato come per esempio lo spiazzo antistante le vecchie case popolari del Colle. Tra le donne lavoratrici e molto combattenti per i loro diritti e migliori condizioni di vita per tutti desidero ricordare le tabacchine addette alla lavorazione dei tabacchi di cui Cori è stato un centro rinomato di coltivazione soprattutto del famoso tabacco “moro” ma anche di Erzegovina (in corese Zzécóina) e altre specie di cui con perizia raccoglievano e essiccavano le foglie prima dell’invio per le lavorazione alle agenzie dei tabacchi di Cori e nel Novecento in particolare a quella ancora attiva di Giulianello. Oggi molte cose sono cambiate in particolare a seguito dell’affrancazione delle terre che hanno creato tanti piccoli proprietari. L’affrancazione è stata resa possibile a seguito di prolungate lotte guidate da comunisti e socialisti e dalla parte più avveduta e moderna del mondo cattolico. Certo ci sono ancora molte proprietà terriere e sarebbe interessante sapere come vengono trattati i braccianti e le braccianti anche dopo l’introduzione della raccolta oggi più meccanica che manuale come per secoli è avvenuto.
Cori è stata sempre, f ino a i nostri giorni, una città soprattutto agricola fatta di proprietari terrieri, piccoli contadini, braccianti, pastori e artigiani. E la donna corese ha sempre lavorato in quell’ambito.
La raccolta delle olive soprattutto quella manuale che avviene nei mesi freddi e piovosi è un lavoro necessario ma assai duro. Queste riflessioni mi sono venute in mente andando a rivedere alcune straordinarie opere di Van Gogh spinto dalla serata per farlo conoscere e apprezzare dai Coresi organizzata dalla meritoria attività del “Cantarellus” che continua svolgere mese dopo mese da oltre un trentennio una interessante e viva attività in favore dell’amicizia, della convivialità e della cultura. Van Gogh mi ha sempre affascinato. Della sua opera mi hanno sempre colpito i suoi quadri che riproducono gli alberi di olive. Qui ne presento uno che si trova presso la National Gallery of Art di Washington nella quale ho avuto la fortuna di ammirarlo. Van Gogh lo dipinse nel 1889 ma di esso ne ha poi creato nello stesso 1889 diverse versioni evidentemente perché molto affascinato da questa pianta forte e preziosa per l’umanità.

Noi coresi che abbiamo sempre gli alberi d’olivo sotto gli occhi non facciamo caso alla loro bellezza, alla loro forza, alla loro maestà e longevità. Van Gogh che li ha incontrati nel suo soggiorno in Provenza, evidentemente li “guardò” con attenzione e vi rifletté sopra facendoli poi parlare nei suoi simbolici dipinti. I quadri furono dipinti proprio a SaintRémy-de-Provence. Vincent Van Gogh fu tanto colpito dagli alberi di ulivo che ne parlò in una lettera al fratello Theo al quale era molo legato. Il quadro di Van Gogh è bellissimo. Il quadro a me parve come un essere vivente, mi sembrava parlasse, le foglie degli ulivi sembravano mosse dal vento e un misterioso legame sembrava far convivere tronchi degli ulivi, foglie e terreno circostante e uno strano cielo caratterizzato da nuvole rossastre, mentre in primo piano due raccoglitrici uniscono ulivo e natura alla laboriosità e fatica delle donne. Il quadro è stato per circa quindici anni proprietà di Johanna van Gogh-Bonder. Fu venduto ne 1905, e dopo varie altre compravendite tra collezionisti, dal 1963 è finalmente pubblicamene visibile nella Galleria Nazionale di Washington. Ho l’impressione che nella serata organizzata dal “Cantarellus” a Cori, terra di ulivi, dedicata a van Gogh, di questo amore di Vincent per gli ulivi non si sia parlato. Queste mie riflessioni spero siano utili almeno a chi ha partecipato alla serata per ampliare la conoscenza di questo artista poderoso, ancora modernissimo. Per quanto mi riguarda la memoria di questo dipinto straordinario mi stringe alla mia terra corese e al suo mondo, alla fatica delle sue donne e al loro impegno per farla essere terra serena e bella da viverci. E mi ricorda ancora almeno fino agli anni dell’immediato Secondo dopoguerra le raccoglitrici bambine, cui voglio rendere omaggio, inviate a guadagnarsi la giornata da famiglie bisognose e purtroppo peggio pagate in quanto bambine da proprietari senza scrupoli.
Pietro Vitelli