L’ Italia è certo uno dei Paesi più belli del mondo : per le sue montagne, i fiumi, i laghi, il mare; per il clima e per tutte quelle opere che da duemila e cinquecento anni gli uomini hanno saputo realizzare. Ma pure per le tante culture che si sono strat ificate lungo i secoli : l’inclinazione mercant ile, non meno che la supposta inaffidabilità dei Fenici e dei Greci incarnata dagli Etruschi, quel rigore nordico proprio dei Normanni e degli Svevi rinvenibile nelle popolazioni delle Alpi e delle prealpi ma pure in aree della Puglia, della Calabria e della Sicilia, la tendenza allo scetticismo tipico degli Arabi e degli Ebrei, l’inclinazione ereticale degli Aragonesi che si manifestò agli inizi del XIII secolo in Provenza coi Càtari e gli Albigesi : un mosaico di culture che nei secoli è venuto caratterizzando da Nord a Sud, da Est a Ovest l’Italia : tutti tasselli di un mosaico dalle tante sfaccettature, disistimato e ammirato, desiderato e respinto con gli stessi sentimenti di amore e sufficienza provati al passaggio di una donna fatale,troppo bella e raggiungibile.

E noi di questi sentimenti altrui ci inorgogliamo e al contempo ce ne dogliamo: esibiamo il nostro sole, il nostro mare, i nostri monumenti e un minuto dopo siamo i primi a coltivare il rammarico per ciò che non siamo al confronto con le culture protestanti del Nord Europa, rigorose, laddove il nostro cattolicesimo risulta intiepidito alle acque termali della controriforma tridentina. Siamo il Paese dei Guelfi e dei Ghibellini, devoti papalini e anarchici, dove il t ifo tutto insapora : la politica e la religione, il politicamente corretto e il cinismo di chi crede a tutto e a niente. Siamo pure il popolo che ama scrivere sulle tombe epitaffi lusinghieri e adulatori : uomo onesto e laborioso, Vestale del focolare domestico… encomi che farebbero sorridere se non arrossire i destinatari ai quali il lavoro e il focolare non furono in verità poi tanto familiari. Popolo dalle forti emozioni e dalla memoria corta. Nessuno come noi sa correre e soccorrere, ma come noi nessuno sa dimenticare ogni lezione della Storia, perché nelle nostre vene scorre il sangue del disincanto. Ecco perché il Paese che fu la Roma del diritto e della cultura occidentale, la culla dell’Umanesimo e del Rinascimento oggi, ad ogni soffiar di vento, beccheggia tra le onde e un “Marcel diventa ogne villan che parteggiando viene”. Programmare, pianificare, partecipare, discutere sono i verbi coniugati nelle prestigiose imprese che fanno grande l’Italia nel mondo. Sono soltanto flatus vocis per tant i che governano il Paese. Non fu sempre così perché nel secondo dopoguerra dal 1948 ai primi anni ‘70 coloro che governavano conobbero il valore politico e morale di quei verbi. Il Manifesto di Ventotene e il Codice di Camaldoli non furono scritti da apprendisti stregoni, ma da uomini la cui statura affondava le radici in quella cultura plurisecolare che fece grande Roma e l’Italia. Quanta nostalgia di quella laica invocazione del Veni Creator intonata da Benedetto Croce nel 1947 all’esordio della Costituente! Credo che l’Italia abbia ancora una grande missione da compiere per sé e per l’Europa sognata da De Gasperi, Schuman, Monnet e Adenauer ma per essere protagonista di quella missione deve curare tanti malanni primo fra tutti il mal di scirocco ovvero quella debolezza interiore che genera rètori e demagoghi effimeri che riguardo a Bruxelles non sanno che essere o tifosi a prescindere o fanatici sovranisti da piccola masseria. Gli uni e gli altri durano sempre il tempo di una fragile primavera eppur al nascere si credono eterni per quella immortale sindrome che è propria dei falsi profeti. E purtroppo ogni volta ci si ritroverà a rendicontarne i danni.
Augusto Cianfoni