Goffredo Bettini, esponente storico della sinistra, direzione nazionale PD, ha scritto in esclusiva per “Il Corace” un articolo sulla svolta del partito: radicalità e funzione critica per una forza progressista. Sui temi di fondo una collocazione precisa. Recuperare il non voto. Il ruolo dei cattolici. Non disperdere il patrimonio di esperienze.

La vittoria di Elly Schelin alle primarie del Pd ha suscitato una risonanza positiva ed un entusiasmo che da tempo non si coglievano nella sinistra italiana. Non va disperso tutto ciò. Nella consapevolezza che la strada è lunga. E l’alternativa alla destra non si improvvisa. Con la nuova segretaria già emergono alcuni dati posit ivi. Su vari temi, dai diritti civili al lavoro, dall’immigrazione al ruolo dell’Europa, si avverte una collocazione più precisa e più decisa. Anche una radicalità e una ripresa della funzione crit ica, indispensabili per qualsiasi forza sinceramente progressista.
Persino sulle alleanze, in poche settimane, si è sciolto il complicato e inconcludente confronto interno circa la scelta delle forze politiche con le quali occorre accompagnarsi. Non si cerca con il M5s e il Terzo Polo una competizione nel solito e ristretto fazzoletto elettorale; piuttosto si guarda alle grandi praterie del non voto, dove finora delusi e inerti stanziano tanti cittadini contrariati anche dalle nostre scelte.
I capitoli fondamentali di una nuova battaglia nel Paese e nelle istituzioni sono limpidi. La lotta prioritaria contro le disuguaglianze. La mancanza di giustizia sociale, l’aumento delle differenze che stanno diventando un problema anche democratico. La salvezza del Pianeta e un modello di sviluppo volto a questo fine. La sacralità della vita. La priorità delle persone rispetto a schemi e ragionamenti astratti. La volontà di rinnovare il partito, dando più sovranità agli iscritti e garantendo la bonifica di territori ancora poco trasparenti e clientelari. Per tale impostazione non è certamente un peso la presenza così massiccia e costituente dei cattolici nel Pd. Al contrario: è il riconoscimento pieno della radice fondamentale di tutte le culture, a partire da quella del cattolicesimo democratico, che hanno confluito nel 2007 nel nuovo partito della democrazia italiana. Il socialismo laico e umano è in sintonia ed è esso stesso stimolato dal personalismo di Mounier, dalla concezione della politica mai sopraelevata alla vita di Aldo Moro, dall’europeismo (oggi così fiacco) di De Gasperi e Spinelli.

Siamo di fronte a una grande possibilità di rinnovamento unitario di sensibilità e culture. La discriminante (un po’ generica e talvolta strumentale) non è tra il vecchio e il nuovo. Ma tra il giusto e l’ingiusto. È l’ora di una nuova generazione, in grado di prendere le redini del partito. È sacrosanto. Su questo non ci devono essere incertezze. Tuttavia, attorno a essa (non parlo certo di me), occorre non disperdere il patrimonio di una classe dirigente, che al suo interno ha avuto ruoli e posizioni diverse, e tuttavia nel suo insieme ha salvato la democrazia italiana e conservato f ino alle ultime elezioni così drammatiche il grosso della forza elettorale dei democratici.
E si devono aggiungere anche le energie straordinarie che si sono sviluppate in questi anni nei territori, nei piccoli e medi comuni, nel rapporto di tante compagne e tanti compagni disinteressato, concreto e intellettualmente ricco, con l’esperienza di governo così come con quella maturata all’opposizione. Ripeto: la strada è lunga, ma tutto, ora come si diceva un tempo, lo possiamo immaginare e costruire su un terreno di lotta avanzata.
Goffredo Bettini