La politica nel tempo dei social

I partiti pensano che con i social si possa risolvere l’assenza delle sezioni. Non è così.

C’era una volta la politica. Si chiamava così perché si svolgeva nella polis, si interessava della polis, traeva origine dai bisogni della polis. Si svolgeva nei luoghi classici della polis, l’agorà, la piazza, nelle strade, nelle case, nei luoghi di lavoro, nelle sezioni dei partiti. Qualcuno più anziano ricorderà un famoso messaggio: “andate casa per casa, strada per strada, azienda per azienda”. Non parliamo di tanto tempo fa, neppure quaranta anni. C’è chi ha detto però che quaranta anni di questi tempi hanno la stessa dimensione di un’era geologica. E infatti questo è un ragionamento da dinosauri.

Adesso ci sono i social, strumenti di comunicazione velocissimi, efficaci. Formidabili. Capaci di tenerci in contatto tutto il giorno. Capaci di raggiungerci da un capo all’altro dell’universo. La politica adesso si affida a loro, che hanno stravolto le modalità della politica classica così come l’abbiamo conosciuta nel corso del novecento. Ha fatto a meno dei luoghi classici, delle piazze, delle sezioni, delle strade. Del contatto materiale e umano. Delle sensazioni e delle idee che ci univano, degli occhi con cui ci guardavamo, delle mani che stringevamo, della voce che si propagava nella piazza, delle emozioni che ci univano o della rabbia che ci divideva. Siamo apparentemente più a contatto, comunichiamo con più celerità e velocità. Ma è una comunicazione sterile, che non partorisce nulla, che non genera afflato, che non produce sentimento collettivo, che non modif ica nulla, che rimane inascoltata dal potere. Il sentimento collettivo generato dalle piazze, che poteva anche far cadere un governo o indurre a modificare una legge, dalle sezioni di partito, l’azione collettiva che cambia la storia e lo stato di cose presenti, che induce il potere ad ascoltare il popolo, a mediare gli interessi, quello non esiste più. E’ stato modificato dai tweet, dalle chat, dai messaggini whatsapp, brevi, veloci, comunicativi, immediati. Come un peto, un flatus ventris, il cui effetto dura il tempo di uscire. Ma senza costrutto, senza cemento, senza sostanza, senza impatto sociale. Si chiamano social, ma di sociale non hanno nulla, non cambiano, non modificano, non creano opinione, idee, né sentimenti collettivi. E alla fine ci lasciano soli, deboli, indifesi, di fronte al potere che crea le crisi economiche per far accettare come un male necessario la retrocessione dei diritti sociali e lo smantellamento dei servizi pubblici.

Tommaso Conti 

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