Un processo artistico tutto al femminile per la scoperta del sé
“Critici si nasce,
artisti si diventa,
pubblico si muore”
Lo scriveva quasi trent’anni fa il critico d’arte Achille Bonito Oliva. Per morire un po’ di meno abbiamo poche, ma efficacissime armi: la curiosità, la voglia di metterci in discussione, la forza e il coraggio di confrontarci con realtà che apparentemente possono sembrare distanti dalla nostra natura. Per l’arte vale lo stesso discorso come per la vita.
Se ci si interessa solo alle solite figure, ai soliti artisti e alle solite esposizioni, pensando che visitare una mostra di Van Gogh in una sede romana dal dubbio peso espositivo, sia il massimo che si possa fare, non potrà che distorcere la conoscenza e la percezione di quello che accade. E sarà allora morte certa. Durante il primo mandato da sindaco di Walter Veltroni, primi anni del duemila, a Roma aprirono diverse gallerie d’arte contemporanea, alcune scesero dal nord Italia per aprire la seconda sede proprio nella capitale. Una cosa mai vista. Il tempo, poi, fece la sua parte, e un po’ anche le crisi economiche. Nel 2003 aprì a Trastevere la galleria Lorcan O’Neill, tra le più influenti al mondo (oggi in via dei Catinari), attenta a rappresentare art isti di fama internazionale, ma con un’attenzione anche ad alcuni giovani artisti.

Da qualche giorno alla Lorcan si è inaugurata la personale dell’artista inglese Tracey Emin, fra i nomi più importanti nel panorama artistico mondiale. Varcare la soglia di questa galleria, girare per gli ampi spazi dello storico palazzo Santacroce, riempie ogni volta i polmoni di aria nuova, fa respirare un clima internazionale e mult iculturale. Ci si pensa immortali per tutta la durata della visita. Tracey Emin è un’artista che va conosciuta, va studiata al pari di Artemisia Gentileschi, Frida Kahlo e Tamara De Lempicka. Non è l’unica, l’elenco sarebbe veramente lungo, ma un paio le voglio citare e magari ne racconterò nei prossimi numeri: Louise Bourgeois e Carol Rama. Donne artiste potentissime, ma sconosciute al grande pubblico, alcune anche dopo la loro morte. Pigrizia?, Cliché?, Disattenzione da parte dei media? Forse un po’ di tutto. E forse qui torniamo ancora a morire. Tracey Emin è una di quelle artiste nelle quali la vita coincide con la produzione artistica.

La sua arte è espressiva e viscerale, è autobiografica e rivelatoria del suo essere donna. Da sempre, infatti, ha tratto ispirazione dalle vicende della sua vita: figlia di genitori entrambi sposati con altre persone, gli stupri – il primo subito all’età di tredici anni – la povertà, le maternità e gli aborti. Si esprime felicemente con la scultura, le istallazioni, i video, i neon, ma è con la pittura che secondo me diventa più incisiva, più penetrante. Il gesto del pennello che delinea autoritratti o corpi nudi, è una potente linea grafica. Una pennellata decisa nel tratto e nei colori utilizzati. Le colature, le gocciolature che arricchiscono le opere sono pezzi di vita che entrano nelle tele e le caratterizzano rendendole inconfondibili come una carta d’identità.

Tra le opere più significative c’è My Bed, istallazione del 1998, un letto sfatto, cosparso di biancheria sporca, preservativi usati, bottiglie di vodka e altri oggetti personali. E’ il letto nel quale ha vissuto per giorni: “Nel 1998 mi lasciai con il mio compagno e trascorsi quattro giorni a letto, a dormire, in uno stato di semi incoscienza. Quando mi svegliai, mi alzai e vidi tutto il caos che si era ammassato dentro e fuori dalle lenzuola.” (nel 2000 My Bed fu acquistato per 150mila sterline e nel 2014 fu rivenduto per 2,5 milioni di sterline). Ancora Everyone I Have Ever Slept With 1963–1995, dove ricama su una tenda i nomi di tutte le persone che hanno condiviso con lei il suo letto dal 1963 al 1995, familiari, amici, amanti. La mostra in corso a Roma vede esposte opere scultoree e dipinti di vario formato. È un’opportunità. È un modo per rimanere vivi.
Edoardo Bernardi