Paolo Portoghesi muore all’età di 92 anni nella sua ultima residenza nel Borgo di Calcata, in provincia di Viterbo, immerso nella natura, qui, dice Portoghesi, nella Valle del Trejia, è possibile capire il paesaggio di Roma prima che la città sorgesse; questa può essere considerata una riproduzione in miniatura della Valle del Tevere. Prof. Portoghesi, quale è il suo rapporto con Roma? È il rapporto di un architetto con la sua città, è di stupore, di studio, di elaborazione progettuale, critico e nello stesso tempo autocritico, ma sempre inseparabile dall’amore. Roma è afflitta da molte malattie, come molte metropoli del mondo anche se i suoi problemi sembrano aggravarsi di giorno in giorno. Un architetto che interpreta il proprio mestiere come “cura della città” ha il dovere di individuare i processi in atto che autorizzano la speranza di una rinascita. Come nasce il suo amore per il Barocco e per Borromini? Sono nato in via Monterone, a poca distanza da Piazza dei Caprettari e piazza Sant’Eustachio, di tutte le architetture che popolano i miei ricordi di adolescente, due sono quelle che mi intrigavano di più: la cupola di Sant’Ivo alla Sapienza, che vedevo tutti i giorni andando a scuola e la facciata della Casa dei Filippini accanto alla Chiesa Nuova, dove passavo nei giorni di festa per andare a casa dei nonni. Tra i tanti monumenti entrati a far parte del mio orizzonte quotidiano, come il Pantheon, la Chiesa della Maddalena, nessuno aveva la capacità di attrarre la mia attenzione come queste due opere di Borromini. A sedici anni composi il mio primo grande libro su Borromini, scritto a macchina e pieno di disegni ispirati dalle sue architetture. Da allora ho dedicato molti studi e approfondimenti al Barocco, a Roma Barocca e soprattutto a Borromini, nel 1967 ho curato la mostra e il catalogo in occasione del quarto centenario dalla sua morte. Prof. Portoghesi un’ultima domanda, quale fu il suo rapporto con il Partito Socialista e con Craxi? Mi iscrissi al Partito Socialista già nel Le Dalie – Roma // Talenti 1961, poi con l’avvento del centrosinistra il PSI divenne il partito degli architetti e degli urbanisti che speravano di “entrare in scena”. Nel 1969 l’allora segretario Giacomo Mancini mi volle nel Comitato Centrale del partito che frequentai assiduamente fino al 1994; partecipai quindi alla elezione di Craxi. Appena nominato segretario, Craxi arrivò a Roma, si sentiva spaesato e nacque tra noi un’amicizia personale che ricordo con nostalgia. Bettino era un timido, ma combattente, ispirato da un’idea ferma di giustizia sociale. A causa di finanziamenti occulti, forse anche illeciti ci fu il tramonto del socialismo craxiano, oggi forse deriso, ma del quale la storia riconoscerà i meriti. Con sofferenza ho assistito negli anni novanta al tramonto di un’ipotesi politica che mi sembrava raccogliere grandi idee. L’impegno politico ebbe come conseguenza un’inattesa mia nomina a Presidente della Biennale e con l’ipotesi da me rifiutata di Presidente della Rai dopo la scomparsa di Paolo Grassi.
Giorgio Chiominto