Donne custodi degli affetti familiari

Donna, vai tra le spine della vita…

Donna, vai tra le spine della vita vestita di rattoppi e di dolori, eppure accendi il caldo focolare, per le zuppe di radiche amare.

Si è parlato di famiglie, ora narrerò le donne, che nel passato non avevano voce, se ebbero nomi e diritti lo si deve al Concilio di Trento (1545-1563) che concesse loro la libertà di scelta religiosa o matrimoniale. Il decreto Tametsi (1563) portò ”modernità” perché disciplinò il matrimonio divenuto sacramento ma anche contratto sociale, definì il nucleo familiare ricostruendone la memoria con i libri parrocchiali, obbligò i padri a dotare le figlie, riconobbe necessaria la presenza di magistrati e notai laici.
In ultimo stabilì che la donna esprimesse il sì davanti al sacerdote in una cerimonia pubblica senza subire le scelte del padre padrone[1]. Le donne disposero e i notai ne riportarono le parole con cura. Impossibile raccontare le tante figure femminili sagge e laboriose incontrate nella ricerca, ne presento qualcuna.
Margherita e Rosa Bossi
Il lombardo Nicola Bossi, architetto della pietra, arrivò con il cardinale Salviati intorno al 1540; il figlio Giovan Paolo si fermò a Cori[2]. Margherita Bossi n. nel 1684 sposò il giovane carpentiere genovese G.Carlo Padroni nel 1728, portando la dote della madre Camilla.
Gli Sponsalia stabilivano che lui avrebbe ereditato quella dote se la moglie fosse morta prima. La sorella Rosa n. nel 1694, sapeva scrivere, scelse invece di vestire l’habito monastico del terzo ordine di S. Francesco. Nel 1735 Margherita e Rosa, in gran segreto, si recarono a Giuliano, nella chiesa locale, per rogare un nuovo atto con un notaio di Carpineto dietro consiglio, presenza e tutela «dei frati di S. Francesco, per farsi donatione reciproca fra di esse delli loro beni…e per togliere ogni causa di letigio che possa insorgere tra di loro sopra l’eredità, donano l’una all’altra e l’altra all’una il loro patrimonio familiare per l’amore, l’affetto e la benevolenza che tra di loro sono passati e per l’avvenire passeranno…che una muoia all’altra e chi di loro sarà l’ultima a morire erediterà e celebrerà funzioni e messe per l’anima dei dormienti»[3]. Nel 1746 i Padroni a Roma adottarono Domenica, Margherita morì nel 1755, lui andò a vivere nella bottega Bossi a piazza Romana; sòr Rosa rimase nella casa materna con la ragazza che decise di monacarsi con un rogito nell’ottobre 1758 perché: «…trovasi avanzata in età decrepita, sola e derelitta da ogni parente, col commodo di pochissimi beni di fortuna ed in stato di non potersi più industriare con le proprie fatiche, causa per la quale si vede preclusa la strada di non potersi più sostenere, col riflesso che, avanzando più con gli anni, va incontro vedersi sempre più bisognosa, aggiungendo a tali giuste riflessioni il motivo grande e fine principale di servire Iddio sommo Creatore per salvarle l’anima…vuole ritirarsi a convivere con le moniche ad un pane e a un vino soggetta alle regole del monastero al quale dona i suoi beni con un atto, solenne, semplice ed irrevocabile tra vivi, affinché le suore possano, almeno in qualche parte, suppolire all’occorrenza di vitto e vestito». Ma Rosa non era sola e derelitta, erano presenti anche i cugini Mafalei aventi diritti sui beni dotali della madre di provenienza paterna, che ella non poteva pretendere secondo la normativa, eppure lo fece. Tra i fogli appare accartocciata nelle difficoltà, pian piano si erge e garbatamente ricorda ai cugini i rapporti familiari del passato, premettendo di non considerare «i protocolli dell’Istrumenti lasciati ai dilettissimi nipoti in dono dal fratello notaio Bernardo per ricompensa dell’amore reciproco portato» e quindi chiede di poter disporre della ventesima parte dei beni spettante a loro secondo le leggi, perché potrebbe averne bisogno per giuste cause. I cugini condividono ricordi e affetti familiari e rinunciano al piccolo reddito.
Rosa donati i beni al monastero, stipulò un nuovo atto per la nipote Domenica Padroni, brava ragazza di 31 anni, voleva monacarsi. Il vicario consegnò alla badessa elemosina di 10 scudi per gli alimenti, questa precisò: «acciò si apparisca la verità, ma che non possi essere un esempio alle altre nel pagare sì tenua somma, ma così è stato concordato stante l’elemosina». Inviò a Roma la richiesta della dote di scudi cinquanta e li soliti panni all’Archiospitale di Santo Spirito[4]; giunto il tempo, la ragazza professò come suor Geltrude della Croce e Rosa,rassicurata, morì serenamente.
Deodata Corbi
Subito dopo la morte di Margherita, l’afflitto G.Carlo Padroni già voleva sposarsi senza attendere il tempo della purificazione con la giovane Deodata Corbi. Stipulò l’atto Sponsalia[5] il 1 maggio 1756 nella chiesa di S. Michele, i fratelli di Deodata, Nicola e Francesco, rappresentano il terzo fratello molto reverendo Alessandro assente, vive a Cisterna[6]. Fronteggiano il Padroni donandogli la dote: un pezzo di terra aratorio che proviene dalla dote materna quindi, se Deodata morisse senza figli, tutto tornerebbe ai fratelli.
Non solo, siccome egli è «in età avanzata, di anni vicino alli cinquanta e di condizione inferiore alla sorella, che invece è di ottimi e civili natali, affinché il matrimonio possa conseguirsi i fratelli gli imposero la condizione di donare alla sorella la dote della prima moglie come donazione inter vivos di tutti i suoi beni presenti e futuri a contemplazione della di lei fresca età, e di rinunciare anche alla ventesima parte della dote in questione». L’innamorato accettò e si mise in attesa della dote della prima moglie. Domenica e Rosa entrarono in monastero con la dote di Rosa: casa grande ammattonata, vigneto, oliveto, castagneto. Il Padroni fece jattanze al monastero ma la badessa condusse la lite con padronanza e lui si accordò per ricevere scudi 10 e una stanza coperta a canali uso bottega confinante con la casa di Rosa ereditata dal monastero e, a sue spese, dovette murare la porta comunicante! Deodata a sua volta, aveva due bambini piccoli con urgenti problemi di sopravvivenza, prese le redini della situazione «senza ulteriori inquietitudini, stipulò due rogiti: il primo di concordia, il secondo di richiesta di quella dote solo promessa che non impugnò per sua quiete ed utilità, per ritogliere motivi di dispendio e lite indoverosa, senza aver alcun proprio particolare interesse, né molestare…».
Che dire: donne custodi degli affetti familiari e del rispetto ad esistere.




[1] G. ZARRI, Recinti ,Bo 2000.
[2] P. S. LAURIENTI, cit. c.74.
[3] A.S.L.Not. Cori, Pietro Caporossi, bb. 90-91, cc 278r-279r.
[4] A.S.L. Not. Cori, Gregorio Vittori, b. 131, cc 137r- 149r.
[5] A.S.L. Not. Cori, Pasquale Prence, Sponsalia, b. 174, cc 96r-100r.
[6] Il Corace, Trame di storie familiari, i Corbi, n° di Aprile 2023.

Giancarla Sissa 

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