Per le disabilità non solo i disagi architettonici. Anche quelli percettivi e sensoriali
Lo sviluppo sostenibile è un principio fondamentale del trattato sull’Unione europea e un obiettivo prioritario per le politiche interne ed esterne dell’Unione. L’Agenda 2030 delle Nazioni Unite e i rispettivi obiettivi di sviluppo sostenibile sanciscono l’impegno universale volto all’eliminazione della povertà e alla realizzazione di un mondo sostenibile entro il 2030, ponendo al centro il benessere umano e la salute del pianeta. E’ un programma d’azione per le persone, per il pianeta e per la prosperità.
All’interno degli obiettivi prefissati si inserisce il tema dell’accessibilità, spesso ricondotto alla realizzazione di scivoli per carrozzine o, in casi rari, di percorsi tattili. Il numero delle persone per le quali sicurezza e libertà di movimento sono limitate a causa delle barriere architettoniche è in continuo aumento: tra di esse si annoverano, oltre alle persone con diversa abilità motoria, quelle che hanno disabilità temporanee, chi conduce un passeggino, gli anziani, gli ipovedenti, persone con patologie della vista. E’ ormai accertato che dopo i 75 anni oltre il 40% delle persone soffre di patologie visive.

In occasione di un incontro di approfondimento del progetto di uno spazio pubblico, Fabrizio Marini, grande conoscitore della materia, prima collaboratore di I.N.M.A.C.I. (Istituto Nazionale per la Mobilità Autonoma di Ciechi e Ipovedenti) e oggi collaboratore e componente del Consiglio Regionale del Lazio dell’ U.I.C.I. ‘Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti’, ci ha ben spiegato che con il D.P.R. 503/1996 c’è stato un passaggio fondamentale in cui la norma è stata ampliata: “ con il termine di barriere architettoniche si indicano sia gli ostacoli di tipo fisico, come gradini, scalinate, passaggi troppo stretti, ecc., sia “la mancanza di accorgimenti e segnalazioni che permettono l’orientamento e la riconoscibilità dei luoghi e delle fonti di pericolo per chiunque e in particolare per i non vedenti, per gli ipovedenti e per i sordi” (Art. 1.2 lettera c)’. Si è sancito con questo comma l’obbligo di eliminare quelle specifiche barriere architettoniche che sono conosciute come “barriere percettive” o “senso-percettive”. Non si prescrive la sola rimozione di ostacoli fisici, bensì l’adozione di interventi specifici consistenti nell’aggiungere al costruito, o alle nuove costruzioni, accorgimenti a beneficio delle persone con disabilità visiva: segnali tattili sul piano di calpestio, mappe a rilievo, segnalatori acustici ai semafori sono solo alcuni esempi. Gli ipovedenti, oltre ad avvalersi di tali ausili, hanno diritto a un forte contrasto di luminanza fra i segnali tattili e l’intorno, a una illuminazione adeguata degli ambienti, sia per intensità che per disposizione dei corpi illuminanti, ad una segnaletica visiva accessibile per tipo e grandezza dei caratteri, per posizionamento e sufficiente illuminazione. Mentre gli ostacoli fisici si evidenziano da soli, quelli che impediscono la mobilità autonoma e sicura dei disabili della vista, sono praticamente invisibili, consistendo nella mancanza di qualche cosa.

A beneficio dei non udenti invece vanno previsti segnali di allarme visivi, informazioni diffuse mediante display, ecc.
Quante volte è capitato di trovarci nell’atrio di un edificio – un ospedale, un municipio, una fiera, una stazione ferroviaria – ed essere preda del senso di smarrimento perché non si capisce da che parte andare? O di essere alla guida della nostra auto e non capire in un instante che direzione prendere perché la segnaletica non è facilmente leggibile? Stiamo parlando di un esempio di barriere architettoniche percettive, meno riconosciute delle barriere fisiche ma ugualmente frequenti e pericolose. Anzi, più pericolose perché subdole.
Le barriere architettoniche percettive sono al centro dell’esperienza personale e professionale dell’architetto Lucia Baracco e del suo ultimo libro “Barriere percettive e progettazione inclusiva – accessibilità ambientale per persone con difficoltà visive” in cui vengono approfonditi vari aspetti. Gli esperti ci mettono in guardia sullo scarto tra la norma e l’esperienza diretta: come viene percepita una scalinata guardandola dall’alto, prima di iniziare la discesa, o dal basso, prima di salire? Le molte immagini rivelano che le pedate viste dalla sommità della scala, se realizzate con un materiale uniforme, si fondono in un piano senza soluzione di continuità e rendono impossibile percepire la successione dei gradini. L’estrema perizia impiegata nelle scalinate dei ponti storici di Venezia – città di origine della Baracco – insegna invece a contrastare cromaticamente il bordo di ogni pedata realizzato con la bianca pietra d’Istria che, risaltando sulla trachite nera, diviene perfettamente leggibile soprattutto dagli ipovedenti, dagli anziani e dai bambini.
Le azioni da mettere in atto per trasformare l’ambiente costruito in un “ambiente amichevole” spesso sono estremamente semplici e di modesto aggravio economico. In particolare, la loro realizzazione dipende dalla conoscenza della normativa, dalla corretta progettazione, dall’immedesimarsi nelle situazioni e soprattutto dal confronto con le persone che vivono la disabilità.
Non si tratta solo di rivoluzionare il modo di progettare ma di diffondere una forma di cultura che superi vecchie definizione di ‘normalità’, ‘disabilità’ o proprio un tipo di ‘umanità’. È necessario ripensare all’ “essere umano”, al suo essere uomo o donna, soggetto che evolve da bambino ad anziano, a persona che nel corso della vita può andare incontro a cambiamenti temporanei o permanenti e presentare caratteristiche differenti da quella “normalità” definita arbitrariamente da convenzioni che si sono dimostrate inadeguate.
L’uomo ‘standard’ non esiste.
Anna Maria Pasquali e Alberto Pistilli