Rino Caputo*, docente emerito di Letteratura Italiana, ha scritto per noi questo contributo sul rapporto tra la nozione di Egemonia, che la destra ha fissato tra i suoi obiettivi, e le dimensioni della politica e della cultura. L’originalità dell’elaborazione Gramsciana.
La scomparsa di Berlusconi, ritenuto protagonista di una vera e propria identificazione economico-politico-culturale, ha riattualizzato la problematica del rapporto tra la nozione di egemonia, in accezione generale e nella specificazione elaborata da Antonio Gramsci, e le dimensioni della politica e della cultura.
Si potrebbe quasi risolvere la querelle ricordando un’osservazione perspicace di Gramsci sull’Ottocento: l’età è quella della Rivoluzione Francese e non del Risorgimento italiano.
Gramsci voleva dire che la pur intensa e significativa esperienza di unificazione della penisola italiana era inserita sul piano teorico e su quello storico concreto nella fase aperta dalla Rivoluzione Francese.
Si potrebbe dire oggi che l’età non è (stata?) quella di Berlusconi, bensi della controffensiva vittoriosa del capitalismo finanziario ammantato di spirito liberale, intriso di aggressività imperialista come di ‘edonismo reaganiano’. Gli anni Ottanta del secolo scorso sono stati la preparazione di quel processo che, abbattuto il muro di Berlino, ha portato, per dirla sommariamente, alla globalizzazione delle merci e non dei valori dell’umanità.
Ora, sempre con Gramsci, questo processo è stato accompagnato da un movimento egemonico potente e proficuo che ha investito tutti i modi di essere della vita degli individui umani in società.
Lo aveva ben compreso Luigi Pirandello, alle soglie degli Anni Trenta, quando, assistendo alle prime realizzazioni tecnologiche multimediali della comunicazione artistica, intuiva che la società euroccidentale sarebbe caduta preda della “cotidiana sete di spettacoli”. In tale direzione il ‘fordismo’, inteso come ideologia vincente dell’‘americanismo’ ovvero dell’’american way of life’, era stato appunto individuato da Gramsci come l’intervento del capitalismo innovativo sull’intera vita dell’individuo lavoratore nella società di massa. L’economia e la cultura, quindi, unite sotto la direzione del Capitale: produzione e ricreazione, attività dell’operaio e riproduzione delle sue energie.
Ecco quindi l’‘entertainment’ come pratica non meno ‘politica’ della economia.
L’egemonia si precisa dunque non soltanto come imposizione dall’alto di una modalità dell’essere in società, per Gramsci riducibile alla ‘coercizione’ e al ‘dominio’, ma, soprattutto, come Weltanschauung generale e globale: la ‘visione del mondo’, appunto, che comprende ogni aspetto individuale e collettivo degli esseri umani.
L’egemonia assimila e contiene, il dominio distingue e divide (‘divide et impera’). L’egemonia è un processo di adesione progressivamente ‘spontanea’, mentre il dominio è introdotto quasi sempre con la coercizione.
Insomma, l’egemonia è consenso, il dominio è dittatura.
Non a caso Gramsci elabora tale distinzione per i destini prospettici del movimento operaio internazionale organizzato in Partito. Per esercitare l’egemonia il Partito deve convincere, ottenere il consenso, assimilare al proprio progetto anche coloro che partono da posizioni diverse. La ‘battaglia delle idee’ diventa perciò essenziale. Lungi dall’avere una considerazione riduttivamente economicistica del rapporto tra i vari momenti della società umana, l’organizzazione matura e lungimirante del movimento operaio deve stabilire un nesso organico dell’economia e della politica con la cultura.
La presunta ‘egemonia culturale’ della Sinistra, tanto temuta quanto invidiata dai (pochi) dirigenti intellettuali della Destra attuale, non è altro che questa dislocazione progressivamente spontanea delle forze culturali verso i valori fondamentali stabiliti dalla Civiltà euroccidentale che trovano, appunto nella Rivoluzione Francese e nel pensiero rivoluzionario conseguente, marxismo compreso, la concretizzazione e l’inveramento.
Infatti, se oggi la cosiddetta sinistra langue in una condizione troppo passiva, la causa è in quella che si può chiamare la controffensiva egemonica del capitale.
Quando Baumann dice che oggi non c’è più l’intellettuale ‘legislatore’ ma soltanto l’intellettuale ‘interprete’ prende atto di una sconfitta che si auspica relativa solo a questa pur lunga fase dello sviluppo del capitalismo.
In realtà senza la proposta di una nuova e condivisibile Weltanschauung, il rischio è di rimanere per ancora lungo tempo sotto la cappa di una coercizione e di un domino che, tuttavia, si fonda su una proposta di regolazione della vita umana in società che viene pur a torto ritenuta la migliore possibile dai più.
E la ‘cotidiana sete di spettacoli’ lo conferma.
Ma, come dice il poeta, più tempo (e…battute, spazi inclusi!!!) bisogna a tanta lite”.