ia madre Paolina Ferroni, la Feròna, figlia di Giuseppe Ferroni/Ferone, è morta il 17 luglio 1983. Era nata a Cori il 26 gennaio 1900 sopravvissuta al marito, Natale Vitelli, morto il 4 aprile 1964. Erano entrambi nati in via Peschiera, Cori Monte. Si sono frequentati da bambini e amati una vita. Il loro destino non sembrava quello di sposarsi. Mio padre fu chiamato alle armi il 29 settembre 1916 mobilitato per la Grande guerra. Fu congedato il 10 aprile 1920. Mia madre era cresciuta sempre più bella. In famiglia si raccontava che s’era fidanzata con il fratello di Delfina Arciulo, fidanzata di Angelo Ferroni, fratello di mamma. Quando Delfina e Angelo stavano per sposarsi mia madre fu lasciata dal fratello di Delfina. Giustina Pistilli, madre di Paolina, subito bloccò il matrimonio. Se Paolina è lasciata dal fratello di Delfina, disse, non si può sposare Angelo. Lo venne a sapere Annamaria De Lillis, amica di Giustina. La cercò e le disse: “Ggióstì ma che tté ncancarìsci a ffa, lassai pèrde, a Paolina ci dimo Natale mé”. Così avvenne. Paolina sposò Natale. Delfina divenne mia zia. Annamaria De Lillis mia nonna paterna. Così nacque la catena dei Vitelli alla quale appartengo. Raccontare la vita di nonni e genitori è di generale interesse. Ci fa conoscere il passato, capire il presente e chi siamo. Con il ricordo di mia madre voglio rendere omaggio a tutte le madri di Cori. Se lascerò tracce della mia vita a Cori e altrove è grazie a persone semplici come mio padre e mia madre. Il loro lavoro e sacrificio e quello dei miei fratelli, mi hanno permesso di studiare, di essere qualcosa nella storia di Cori, in provincia, in regione, persino in terre lontane.

Sono dunque orgoglioso di essere figlio di Paolina e di mio padre sediaro. Cori è antica e ricca di storia. Vi sono vissute persone importanti: storici, santi, poeti, inventori, politici ecc. Tutto è stato possibile perché Cori ha nutrito tante persone semplici, la maggior parte di loro tali sono state. Senza contadini, pastori, vettura- li, braccianti, casalinghe, negozianti, artigiani, come mio padre e mia madre, Cori non sarebbe mai stata, non sarebbe. Mio padre ha sempre costruito sedie, con scheletro di legno di faggio e impagliate, un intreccio di trama e ordito dove sedersi. Il lavoro, le fatiche, i sacrifici loro e degli altri figli ha permesso a me e Angela di studiare. Nell’immediato Secondo dopoguerra non tutti potevano. Mio padre, ragazzo del 1897, ha partecipato alla Grande guerra. Un solo episodio: mio padre si trovava in trincea in località “Busa delle rane” quando vi fu abbattuto Francesco Baracca. Il pilota, dopo numerose missioni vittoriose, fu colpito alla tempia destra da uno sconosciuto cecchino austriaco il 19 giugno 1918 sul Montello cadendo di fronte alla trincea di mio padre. Recuperarne il corpo costò altro sangue. Sui velivoli pilotati Baracca dipingeva un cavallino nero. Sua madre Paolina, come la mia, lo concesse ad Enzo Ferrari costruttore della Ferrari. Quel simbolo apposto sulle Ferrari e noto nel mondo viene dalle storie di quella guerra atroce che mio padre ha vissuto. Egli ci ha tramandato tanti racconti di povertà, grandezza, paura, coraggio, incoscienza, consapevolezza. Ho vissuto l’agonia di mio padre per tredici giorni dopo un attacco di paralisi. Quell’agonia segnò molto mia sorella Angela, la più giovane di cinque fratelli, tanto da spingerla dopo la laurea in Economia e Commercio a laurearsi in Medicina. Angela è stata finora l’unica donna sindaco di Cori. Una delle prime in Italia. Mia madre è stata la vera guida della famiglia, ci ha educato alla serietà nel lavoro, nello studio, ad affrontare carestie e difficoltà con dignità e coraggio. Sfollati in montagna, alle Pèzze, spesso da sola attraversava i monti Lepini per rimediare qualcosa da mangiare. Non tornava mai a mani vuote. Una volta a Norma in cambio di olio le dettero farina di lupini. Impossibile da mangiare. Ne rimase sconvolta.

Paolina in vita ha aiutato donne in maternità, malati, ha fatto infinite iniezioni, ha aiutato tanti bisognosi, fu prodiga di buoni consigli. Fu maestra impagliatrice di sedie. Prima ancora fu pescivendola. Ha percorso con sedie in testa, paglia, pioli, strumenti di lavoro le vie e i vicoli di Cori Valle per vendere qualche sedia, riparare le guaste, guadagnare qualche lira a sostegno della famiglia. Fino ai miei vent’anni l’ho accompagnata carico di sedie sulla testa. Quando è morta mi trovavo con moglie e figli negli USA. Meta ultima l’incontro con i suoi cugini primi. Ci avevano visitato più volte nel dopoguerra. Paolina era orgogliosa che un suo figlio potesse andare in vacanza in America e incontrarvi i discendenti di zio Giovanni Ferroni. L’avevamo lasciata che sistemava la gabbia dei suoi conigli. Sorrise orgogliosa per quel nostro viaggio. Nel 1983 pochi potevano fare un viaggio di 33 giorni negli USA. Ogni tanto una telefonata da qualche parte dell’America. Le notizie erano sempre liete. Il 18 luglio, giunti a San Francisco, telefonammo. Rispose Angela. Chiesi subito di mamma. Fu reticente, poi disse che era in ospedale. Chiesi il numero dell’ospedale. Silenzio. Capii. Azzardai: “mamma è morta!” mia sorella con il groppo alla gola rispose: “sì”.

Ancora sento l’urlo dei miei figli: torniamo a casa, torniamo a casa, … da nonna! La nonna li aveva cresciuti nei loro primi anni, aveva loro insegnato le prime parole, in corese. Mia sorella mi implorò di non tornare. Mamma, morente, le aveva imposto di non dirmi niente, di invitarci a proseguire fino incontrare i parenti. Così era mia madre. Donna semplice, bella, di affetti forti e tenerissimi. La ricordiamo con l’ultimo libro che leggeva: le poesie di Sergej Esenin. La ricordiamo viva, ricca di premure, di consigli, sorridente. Madre e padre! Due persone semplici, forti come altre migliaia che nel corso dei secoli hanno fatto di Cori la nobile città che abbiamo nel cuore. Persone che sembrano non lasciare traccia. Invece sono nelle nostre carni, nelle nostre anime. Così ricordo Paolina a quaranta anni dalla morte. Con lei mio padre Natale, jo zzipparo.
Pietro Vitelli