Il termine greco “sym- posion” e quello latino “convivium” stanno a significare quel rituale alimentare che in italiano chiamiamo banchetto. Presso le antiche civiltà politeiste, la macellazione seguita dalla consumazione rituale dell’animale immolato era una pratica religiosa e il banchetto un’occasione cerimoniale. Si mangiava sdraiati sul triclinio con i piedi staccati dal terreno cosicché reciso ogni legame col piano della materia, fosse favorito il contatto con la dimensione oltreterrena. Nelle sacre scritture, il convivio, come luogo di piacere e distensione, diventa anche teatro di confidenza, dichiarazioni e talora inaspettate esecuzioni come nel dipinto di Mattia Preti “Il Convitto di Assalonne” (Napoli 1668).
Nell’affresco più celebre nel mondo, il Cenacolo del convento di Santa Maria delle grazie a Milano, Leonardo da Vinci racconta il momento in cui Cristo rivelando di essere a conoscenza del tradimento di Giuda getta gli apostoli nello sconcerto. La pietanza servita nella cena non è l’agnello, bensì il pesce, questo testimonia come l’opera collocata nel refettorio di un convento domenicano sottolinea che il pesce, cibo penitenziale, era la pietanza più consona alla dieta conventuale dalla quale, in accordo con la regola benedettina era esclusa la carne di quadrupede. Circa un secolo dopo, a Venezia Tintoretto dipingeva per i benedettini nella chiesa di San Giorgio Maggiore, una versione dell’Ultima Cena (1592 – 1594) con una spettacolare discesa dello Spirito Santo. La cena è un banchetto pasquale ebraico con il tradizionale agnello, i pani azzimi e il brodo di lattughe selvatiche.

Nella Cena in Emmaus di Caravaggio, Cristo è al centro della scena, la tavola è imbandita non solo con pane e vino, ma anche con altri alimenti, una canestra di frutta fuori stagione è in bilico sulla tavola, è il significato di premio finale; Caravaggio intende invitare lo spettatore a godere della vita eterna con il Messia risorto. Nel XVI sec. spezie ignote giungono dal nuovo mondo, fra queste c’è il peperoncino giunto dalle Ande con i conquistadores spagnoli. Il medico Pier Andrea Matthioli nel suo erbario inserisce il peperoncino tra le varietà del pepe chiamandolo “pepe cornuto d’India”. Lo descrive come un piccolo cornetto verde all’inizio, poi giallo e infine rosso corallo che messo in bocca morde la lingua e il palato con l’acutezza del suo sapore.
Altro evento di origini settecentesche è il picnic; è però nell’ottocento che diviene vero e proprio divertimento per famiglie e comitive, si ispira a questa consuetudine urbana “Le Dejeuner sur l’herbe” di Eduard Manet (1863) ove un tono surreale è conferito dall’inquietante presenza di una giovane donna nuda (Vincenzine Meurent, modella di Manet) tra vestiti gentiluomini. Un posto a parte merita Giuseppe Arcimboldo, l’eccentrico autore di composizioni illusioniste e surrealiste ante litteram, noto per le sue teste composte, nelle quali utilizza ortaggi, fiori, frutti, carni e pesci, oggetti di uso quotidiano. Manierista capace e competente, padroneggia perfettamente le tecniche pittoriche e figurative della migliore scuola lombarda del XVI° secolo.

L’euforia consumistica degli anni Sessanta del Novecento è un momento cruciale della storia dell’alimentazione e del dialogo tra cibo e arte. Andy Warhol con la sua serigrafia “Campbell’s Soup cans” del 1962, ripete serialmente l’immagine di una lattina di zuppa 200 volte, provocando un effetto finale angosciante, denuncia con il linguaggio provocatorio della Pop Art, la strategia del marketing che per incoraggiare l’acquisto propone ossessivamente cibi resi irriconoscibili da uno studiato linguaggio commerciale e industriale, potenziando l’euforia consumistica propria dell’America degli anni Sessanta. Toccherà alla moderna fotografia ristabilirne l’equilibrio, la forma delle pietanze e il desiderio gustativo andranno a comporre nature morte alimentari capaci di sollecitare l’immaginazione e risvegliare i sensi.
Giorgio Chiominto