Il corteo del carosello storico

Il tempo tesse memorie perdute…

al 1400 la Chiesa raccolse il problema della situazione femminile strutturando un’opera di aiuto sociale verso le fanciulle povere soccorse dalla società ricca per mezzo del conferimento della dote, strumento vitale per sposarsi e sopravvivere onestamente. Il primo approccio locale alla dotazione delle povere (7-11-1602) pervenne dal cardinale Salviati, egli dispose di istituire per Giuliano suo feudo, due doti di scudi 30 per maritare due ragazze da consegnarsi il 1° maggio di ogni anno. Queste dovevano abitare a Giuliano, essere oneste e povere, mai aver lavorato sotto padrone, tra le povere le orfane avevano la precedenza. La dote sarebbe stata consegnata dopo il matrimonio. A Cori feudo di Roma si costituì nel 1604 la Confraternita della SS. Annunziata presso la chiesa della Madonna del Soccorso, sollecitata da Lorenzo Buzi e Giacomo Ricchi alla presenza del cardinale Tolomeo Gallio in Sacra Visita. Si stabilì di assegnare due doti da 25 scudi ciascuna per maritare due ragazze oneste e povere della Valle e del Monte. Si adottarono gli Statuti dell’Arciconfraternita della SS.ma Annunziata di Roma. Da questo momento la sconosciuta presenza femminile corese si affaccia tra lavori di muratura, trasporto di materiale, tessuti, cucito, nelle carte dell’ Archivio del Santuario della Madonna del Soccorso da me consultate accompagnata più volte da Padre Sergio Mecocci. La confraternita prevedeva l’elezione alle cariche di priore, camerlengo, 12 deputati anche civili. I sacerdoti raccoglievano i nomi delle zitelle supplicanti in una cassetta nelle chiese dei SS. Pietro e Paolo, di S. Maria della Pietà dove i congregati s’incontravano. Lo spostamento avveniva a causa delle rivalità tra Monte e Valle, anche tra le parrocchie di S. Maria e di S. Pietro. Ogni anno il 25 marzo, giorno dell’Annunciazione, i nomi erano estratti nella Cappella dell’Apparizione alla presenza del governatore, dei congregati, del notaio. Il mondo maschile gestiva la dote: la cospicua presenza ecclesiastica ricalcitrava perché voleva autonomia, i laici ambivano a mantenere il loro ruolo. Le forze in campo si misuravano intorno alle cospicue rendite da gestire sotto il controllo della Curia. Gli incontri polemici erano verbalizzati dai notai e comunicati ai Vescovi che più volte strigliarono i parroci. Nell’uscita della processione del 1605, sfilarono le prime estratte Pompilia Moscarolo e Angelica Roschino accompagnate dalle ricche Giulia Jannutij, Ottavia Galante, Media Pasquali e Altilia Prosperi. Le ricche presero atto dell’esistenza della povertà facendosene carico simbolico pubblicamente. Avviarono sulla scena politica del territorio la nuova attività femminile di sostegno alla povertà. Cominciò la lunga vigilanza sulla condotta morale delle estratte con visite a casa per verificarne onestà, vita cristiana, fino alla riscossione della dote accreditata ohimè dopo anni di attesa. Facile immaginare una continua apertura comunicativa tra ricche e povere. L’assegnazione della dote trasmetteva valenze simboliche: inserimento del nome delle zitelle in una cassetta chiusa; consegna dell’abito verde e della mantella bianca ricamata di stelle d’argento simbolo di purezza, protezione e conferimento di passaggio all’età maritale; consegna della borsetta di seta rigata con la cedola della dote di 25 scudi legata alla cintola. Abito ed oggetti indicano protezione materiale e spirituale. La vestizione ha sempre avuto ruolo centrale nelle cerimonie di diverse culture. Al cavaliere medievale con l’addobbo e la spada veniva attribuito il passaggio all’età adulta con il diritto di contrarre matrimonio, esercitare giustizia, fedeltà, onore. La vestizione davanti alle matrone scoprì la povertà della quale esse si fecero carico come madrine nell’accompagno processionale. Anno dopo anno le maritate con la dote degli anni precedenti sfilavano con le madrine; le ultime estratte chiudevano il corteo femminile ricordando la protezione della Madonna ad una bimba sola perché la mamma doveva recarsi a lavorare. Cori, all’epoca, era una piccola città con nobiluomini e persone perbene appartenenti ai ceti alto, medio, basso e con i poveri “servi della gleba”. C’erano pure le donne e cominciarono a contare “politicamente” con l’assegnazione della dote. Le norme della Controriforma, seconda parte del Cinquecento, ridimensionarono l’abbigliamento lussuoso imponendo sobrietà, i merletti presero il posto dei gioielli e le beghine-terziarie ricamarono sostenendosi. Quindi solo le regine si ornavano di grandi perle e pietre preziose. San Carlo Borromeo (1538-1584) promotore degli austeri principi, curò lo stile dei paramenti liturgici. Oggi viviamo di immagini ed apparenza, l’acconciatura più elaborata, l’abito più ricco, il colore più sgargiante offrono uno spettacolo caleidoscopico, da godere certamente. Però il passato fu tessuto dal miracolo e dai sacrifici, quindi non si può ricostruire ridondante tra pompa, smile, like. Appare riduttivo e ripetitivo che il Carosello storico resti fossilizzato nel Cinquecento quando il termine “storico” presuppone movimento temporale non stasi riproposta uguale. Il corteo dotale in processione pieno di motivi vitali è sparito dalla memoria, perché? Ipotizzo che quando fu riproposto negli Anni Trenta del Novecento come corteo vanaglorioso e superficiale al di fuori della processione, le doti alle povere non si elargivano più da qualche anno… quindi perché ricordarle…? Negli stessi anni L. Pirandello aveva intuito che la società euroccidentale sarebbe diventata “cotidiana preda di spettacoli” e Gramsci considerò “l’intrattenimento come pratica politico economica” che porta al consenso. Le rievocazioni del carosello riprese successivamente hanno continuato “l’intrattenimento” perché il vero significato del corteo femminile era diventato sconosciuto, eppure libri e documenti c’erano. Per la futura edizione 2024 mi permetto di suggerire l’idea di inserire una coreografia degli storici momenti alternativi con le zitelle supplicanti accompagnate dalle ricche, e con le umili terziarie che vivevano del loro lavoro e davano aiuto. Riproporre la verità documentata di tale corteo riscopre significati stimolanti perché mette in luce molti aspetti sociali e culturali nuovi. Si offrono infatti riflessivi elementi di conoscenza di un passato che arricchisce la nostra STORIA, fa onore a Cori, unica città della Marittima a dotare le ragazze povere con la Confraternita romana dell’Annunziata, fa onore a Giuliano, primo luogo di assegnazione della dote.

Giancarla Sissa

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