Piero della Francesca, il nomade inquieto

Il tormento della pittura che dal grande artista arriva ai giorni nostri

“Piero è uno zingaro, un nomade inquieto. Non sarà mai un pittore di corte, non si legherà mai ad un padrone. Diventerà e rimarrà per tutta la vita un artista libero ed indipendente”.

Sembra di leggere passaggi della biografia di un artista del Novecento, o di un poeta della Beat Generation, artisti nomadi, tormentati, dediti solamente alla voracità della vita e della creazione. Sono invece parole riferite a Piero della Francesca, artista cinquecentesco, studioso della matematica e di Leon Battista Alberti, il prete umanista che sosteneva che “… sarà l’uomo, con una vita utile a sé e agli altri, a provvedere alla propria redenzione”. Questi giorni stavo ristudiando il percorso di Piero della Francesca, con un’attenzione però alle vicende dell’uomo più che al mito che si crea per certi giganti. Cercavo di ritrovare la naturalezza, la spontaneità, le fragilità ovattate e addirittura omesse da secoli di pagine patinate dedicate al grande artista e mai allo “strambo” genio di Sansepolcro.

“…E voi: è nella pittura che trovate la pace?” chiede al pittore Isotta, moglie di Sigismondo Pandolfo Malatesta, signore di Rimini. “Come si può dire. Come si fa: la pittura è una lotta, una continua ricerca”, è la risposta di lui. Eccone un altro, mi viene da dire, un altro tormentato, l’ennesimo pittore con il magma dentro. Eppure guardando le sue opere non verrebbe da pensare neanche lontanamente alla forza, all’impeto, alla “lotta” quotidiana nell’esercizio della pittura. Le geometrie che regolano le composizioni dei sui dipinti, la luce, “nuova”, che dà forma a volumi mai visti prima. Eppure il tormento è proprio in quel modo di fare pittura. In quel modo contemporaneo, rivoluzionario.

Bisogna dire che gli artisti nuovi (Leon Battista Alberti, Lorenzo Ghiberti, Donatello, Piero Della Francesca, Filippo Brunelleschi), se da una parte erano coscienti di una nuova esigenza di fare arte, erano costretti a scontrarsi quotidianamente con i gusti dei loro committenti per i quali un Santo doveva essere un Santo, non un uomo; lo spazio doveva essere lo spazio della sacralità e quindi dorato, non prospettico e terreno. I Medici, in questo caso, rappresentavano l’eccezione, ma non raramente dovevano spie- gare agli altri signori italiani del perché della loro scelta di assecondare la rivoluzione degli umanisti.

Piero della Francesca come Mario Schifano o Emilio Vedova? Probabilmente sì. Il fil rouge che da sempre tiene in maniera trasversale artisti di epoche diverse è la necessità di vomitare, di portare fuori il tormento che lacera da dentro l’anima dei pittori. E oggi? Oggi probabilmente il “tormento” non basta. La società intera è tormentata. È tormentato chi lavora in fabbrica, chi asfalta le strade, chi sta davanti a un computer. Gli artisti, per dirla come Maurizio Cattelan, non riescono forse più a produrre nulla di così forte e impetuoso rispetto alla realtà. La quotidianità produce immagini, stati d’animo ad una velocità impressionante e con una tale eterogeneità che gli artisti dovranno ripensare il loro modo di fare arte. L’ansia, il tormento, continueranno ad essere il veicolo, ma non il carburante del percorso creativo.

Edoardo Bernardi

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