Il conflitto tra produzione e ambiente. Le contraddizioni del capitalismo
Il secolo breve, quello che nella sua intensa esplosione ha generato milioni di vittime inermi,
strappando le persone dai loro affetti e portandole a morire in luoghi estranei, ha cullato nel suo
seno una grande illusione. L’idea che il lavoro, organizzato nelle sue varie forme di movimento di
massa, fosse lo strumento di liberazione dell’umanità.
“Pensammo una torre/scavammo nella polvere”. Questo breve verso di Pietro Ingrao, è la rappresentazione di una grande ambizione e di un grande fallimento. Il lavoro non è uno strumento di liberazione, né individuale né collettivo, è solo il modo in cui ci si guadagna da vivere. Per molti è tuttora una catena, uno strumento di limitazione della libertà. C’è voluto un uomo venuto dalla fine del mondo, l’Uruguay, per ricordarci che anche fare il presidente di una piccola repubblica sudamericana, può essere una schiavitù, cosicchè quando sono andati a chiedergli se volesse ripetere l’esperienza perché era stato bravo, ha risposto in corese: “ Faciaticilo ù, io torno alle mie pecore e alla mia terra”. E poi ha continuato dicendo, “….quando compro una cosa non la compro con i soldi, ma con il tempo della vita che è servito per guadagnarlo, per cui per comprare quella cosa ho sottratto il mio
tempo all’amore, ai miei affetti, alle mie passioni, all’ascolto di una musica, alla lettura di un libro. Al tempo della mia vita”.
Badate bene, perché, sostiene Mujica, non solo il lavoro è un’illusione, ma anche l’accumulo del
capitale, che sottrae alla vita il proprio tempo, è una sconfitta per l’uomo. Fantastico; e siccome il tempo del lavoro è tempo sottratto alla nostra libertà e alla nostra vita, occorre che il lavoro sia trattato bene, vale a dire che sia svolto in un ambiente sano, garantito, sicuro, pulito; che consenta, cioè, una volta usciti di lì, di continuare una vita dignitosa. Quindi Marcinelle e le miniere del Sulcis, Casale Monferrato, l’industria siderurgica del novecento, e tante altre esperienze ancora, comprese
alcune vicine a noi, che hanno macinato milioni di vite e di cadaveri, sono un’esperienza da non
ripetere.
L’ambiente, la salute, il lavoro, il tempo di vita, sono esigenze che vanno tenute insieme e considerate congiuntamente. Si devono compenetrare. Questo è il messaggio che il novecento, nella sua tragica irripetibile esperienza, consegna alla politica dell’oggi e del domani, ma che soprattutto consegna agli uomini di buona volontà, al mondo dell’impresa e della finanza che ormai ha scavalcato una politica debole e rivolta solo alla soddisfazione del proprio “particulare”: “se volete che lavoriamo, che veniamo a lavorare, dovete considerare il nostro salario, la nostra salute, l’ambiente e la sicurezza del lavoro, altrimenti faciaticilo ù”.
Tommaso Conti