Se immaginiamo i social come una piazza, è facile intuire che abitiamo una di quelle città più caotiche e trafficate al mondo. La percezione del saturo è evidente, eppure su questa piazza continuano ad arrivare in tanti cercando di imporsi e ritagliarsi un angolo, una superficie, credendo di essere visibili e ben posizionati. Quello che viviamo è un mondo saturo, colmo e ripetitivo di forme e contenuti. Si va avanti per ricerca di effetti, di fuochi d’artificio che abbagliano e annebbiano allo stesso tempo. Si vive di immediatezze e risultati veloci, contro le pratiche del vivere lento, ma intenso, fondato sulle stratificazioni. Una miriade di effetti speciali che si susseguono e dai quali è complicato ricavare e selezionare contenuti positivi, stimolanti e critici. Le immagini, che dovrebbero essere fondamentali
per la tessitura di concetti, per la divulgazione di temi, ora si cannibalizzano, si ritorcono su se stesse e implodono in un mondo di “reels” e di “post”. I reels, appunto (in italiano bobine), ci risucchiano e ci avviluppano come un pitone, soffocando la mente ed esiliandoci nel silenzio e nella solitudine.
Paradossale che il rotolo interno e rigido di ogni bobina (anche della più comune carta igienica) si chiami “anima”. E cosa ne stiamo facendo invece noi della nostra di anima? La parte bella e buona di ogni individuo.

L’abbiamo messa in stand by, sepolta sotto una spessa crosta di autoreferenzialità. È come se le immagini che si susseguono sugli schermi palmari non abbiano più la stessa forza e decisione di un tempo. Eppure continuiamo a rincorrerle, a divorarle. Nella loro singolarità mantengono una potenza, ma ammassate in quella piazza perdono inevitabilmente il loro peso comunicativo. Lo spunto per questa riflessione mi è venuto leggendo alcune righe su Mario Giacomeli, fotografo tra i più originali e affascinanti del XX secolo. Un fotografo che non descrive mai quello che fotografa, ma evoca e sussurra nell’ani- ma e nella mente di chi osserva le sue opere. I suoi paesaggi, rigorosamente bianco/nero come il resto della sua produzione, diventano “altro” rispetto al soggetto.
L’astrazione diventa uno strumento non per descrivere, ma per entrare dentro ai soggetti.
Un fotografo anomalo Giacomelli che personalizza all’estremo il suo modo di scattare e di produrre. In fase di sviluppo, ad esempio, continua la creazione della fotografia: soggetti che si spostano da una pellicola all’altra, maschere che si sovrappongono tra la luce dell’ingranditore e la carta fotografica.

L’immagine, con Giacomelli, si fa potente
È un’immagine che stimola, che non lascia indifferenti. Ci autorizza a farci domande sul perché di una scelta al limite dell’astratto pur trovandoci di fronte a paesaggi o persone. È un’immagine, quella di Giacomelli che riuscirebbe senza dubbio a farsi largo nel caos del- la piazza “social”, per una scelta formale minimalista, con i soli bianco e nero, ma anche per una presenza di contenuti e capacità di
interazione e stimolazione in chi la osserva.
Oggi si parla di “experience”, nelle “home” dei siti e delle pagine di molte aziende, come se avessimo perduto la capacità di fare “esperienze”, di interagire con l’altro facendogli vivere sensazioni e trasporto emotivi. Le “esperienze” sono diventate qualcosa in più da offrire nel panorama dei “contenuti lampo” dei media. Un fenomeno alla base della socializzazione è stato trasformato in un prodotto in più da vendere.

Ah! Che belle le immagini potenti. Le immagini degli artisti bravi e dei creativi, che non hanno bisogno di null’altro in più se non della potenza attrattiva intrinseca nelle immagini stesse. Il resto rimane solo una montagna di “non immagini”, prive di contenuto e soprattutto di anima parlante all’altro.
Edoardo Bernardi