Crisi climatica, crisi energetica, crisi economica, crisi sanitaria, crisi bellica: è corretto parlare di crisi per tutte queste differenti circostanze?
Se le parole sono il mezzo che abbiamo per informare, forse dovremmo prestare più attenzione ai termini e ai concetti che esprimiamo per analizzare, definire e affrontare le questioni, ricordandoci di prospettare sempre scenari alternativi e soluzioni razionali. Soluzioni, perché se agli allarmi non si affiancano costantemente strategie positive di breve, medio e lungo periodo, è anche inutile scriverne. Nell’Agenda 2030 è descritto un puntuale programma per eliminare la povertà estrema, passare a fonti
energetiche rinnovabili, assicurare accesso a istruzione e sanità a miliardi di persone, salvaguardare l’ambiente e creare benessere e prosperità economica. Proprio su questi temi si concentreranno i lavori del vertice Onu che in questo mese farà il punto sugli obiettivi di sviluppo sostenibile. Riunioni internazionali spesso sottostimate, se non ignorate, dai nostri media.

Clima. Ha fatto davvero così caldo in questa estate da dover evocare Caronte? Non sarebbe meglio chiamare questo evento meteorologico “ondata di intenso calore” e dissociarla dall’aggettivo “anomala”, visto che anomala non è e lo sarà sempre meno? Piuttosto sarebbe più utile accompagnare le informazioni sull’ondata di calore con quelle su ciò che si sta facendo e che si può fare. Migrazioni: invasione, barconi della morte, taxi del mare, scafisti, muri e confini. Pari opportunità: non vi stupite di quanto cambiamo registro e appellativi a seconda del genere?

Ha scritto Alessandro Campi sul Messaggero del 31 luglio: “L’informazione, cioè la narrazione puntuale e pacata dei fatti […], pare ormai sostituita da un mix di sensazionalismo e propaganda, di terrorismo psicologico e mezze verità che spesso risultano essere mezze bugie. Ma siamo sicuri che agitare scenari da incubo e sollecitare timori ancestrali (primo fra tutti quello della morte imminente) sia il modo migliore per mettere le persone dinnanzi alle proprie responsabilità? […] Il risultato è la creazione di uno stato d’animo collettivo prossimo all’angoscia, che sfocia per alcuni nella rassegnazione, per altri nella rabbia […], nella convinzione, sempre più diffusa, che sopravvivere è ormai il massimo che ognuno di noi può fare”.
Una volta informati e consapevoli, c’è qualcosa che ognuno di noi può ancora fare che abbia un significativo impatto positivo in un pianeta in apparenza così fragile, di fronte a crisi così radicate? Sì, moltissime. Diseguaglianze, conflitti, depauperamento delle risorse naturali, cambiamento climatico sono le inevitabili conseguenze del mondo che abbiamo sin qui costruito. Alcune questioni si possono risolvere, nel medio e nel breve periodo, altre invece hanno bisogno di tempi più lunghi, accompagnate da pazienza, costanza e fiducia. I primi frutti della netta riduzione di emissioni dannose, se continueremo a ricercare le soluzioni, li coglieremo tra qualche decennio.

Il contenimento dell’aumento della temperatura terrestre non è solo una questione di buon senso: se ad oggi le peggiori conseguenze che abbiamo visto sono state siccità e alluvioni, migrazioni di massa e deterioramento degli ecosistemi, perdita della biodiversità e conflitti bellici, teniamo bene a mente che ci sono dei punti di non ritorno, i cosiddetti tipping points, che la comunità scientifica ha ben descritto. Superati questi, altre conseguenze di portata imprevedibile potrebbero seriamente compromettere il futuro del genere umano. Anche per questo il recente appello di cento scienziati esorta i giornalisti a parlare “Delle cause della crisi climatica e delle sue soluzioni. Omettere queste informazioni condanna le persone al senso di impotenza, proprio nel momento storico in cui è ancora
possibile costruire un futuro migliore […]”, per una effettiva collaborazione tra scienza e informazione.
Anna Maria Pasquali e Alberto Pistilli
Laboratorio dell’abitare Sostenibile