La paura della libertà delle donne

Uomini incapaci di accettare una decisione presa e non intrapresa: così si muore di rabbia

a questione non è roba da donne, appartiene più che mai agli uomini e tutta la società, chiamata a rispondere su una propria anomalia. La Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica, ovvero la Convenzione di Istanbul, è l’accordo internazionale per la prevenzione e la lotta contro la violenza di genere. Approvata dal Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa il 7 aprile 2011, sancisce l’uguaglianza tra uomo e donna e definisce la violenza di genere, intesa come atti e minacce che causano sofferenza fisica, sessuale, psicologica, ed economica, come un atto discriminatorio e violazione dei diritti umani. All’interno del trattato è dedicato un ampio spazio alla prevenzione della violenza contro le donne e della violenza domestica. Fratelli d’Italia e Lega si sono astenuti, non appoggiando al parlamento europeo le due risoluzioni che chiedevano l’adesione al trattato da parte dell’Unione europea. Con la firma del presidente Erdogan, la Turchia nel 2021 si è tirata fuori dall’accordo. Votarono addirittura contro la Polonia e l’Ungheria. L’affermazione della ministra Eugenia Maria Roccella riguardo la morte di Giulia Cecchettin chiama in causa la responsabilità delle madri che “devono educare i figli maschi al rispetto”. Insito nell’affermazione vi è la concezione, tutta patriarcale, che se un figlio è un individuo in grado di premeditare e compiere un omicidio, la causa è dell’incapacità della madre di imprimere il valore del rispetto nell’educazione del proprio figlio. Il ruolo genitoriale del padre come figura educativa è completamente assente e di conseguenza deresponsabilizzata dai comportamenti del figlio. Al fine della propaganda, ma credo che ci sia una buona dose di ignoranza, l’educazione all’affettività che include l’educazione sessuale nelle scuole, è vista dalla destra come educazione alla perversione ed alla porno- grafia, oltre a promuovere l’omosessualità.

L’educazione sessuale, ovvero la conoscenza del proprio corpo, “l’anatomia e la fisiologia dell’apparato genitale, i cambiamenti che avvengono durante la pubertà, la psicologia, le problematiche di tipo morale (…)”, è stata definita come “porcheria” dall’onorevole Rossano Sasso (Lega, sottosegretario all’Istruzione durante il governo Draghi), quando il MCS presentò una mozione in Parlamento che chiedeva di introdurre l’educazione sessuale e all’affettività nelle scuole. Nel dibattito parlamentare Sasso ha incalzato sulla cosiddetta “ideologia gender” che distruggerebbe la famiglia naturale. Ma chi qualcosa a riguardo la studia e l’ha studiata, ci insegna che educare, sin da bambini all’affettività, significa educare i ragazzi ad avere relazioni positive ed empatiche. Non è mai troppo presto per iniziare a parlare con i ragazzi e le ragazze di genere, cultura del consenso, e di rispetto delle differenze. Non basta e non è mai bastato limitarsi ad insegnare alle ragazze come proteggersi. La prevenzione a cui si riferisce la convenzione di Istanbul, riguarda il rispetto della persona come tale, come essere umano, che ha diritto, secondo l’articolo 4 della Convenzione “di vivere libero dalla violenza”.

Dal momento in cui ruoli e norme comportamentali che i bambini e le bambine imparano sono frutto di stereotipie, che a loro volta sono frutto di violenze e discriminazioni, e di una cultura misogina, si può insegnare alle nuove generazioni un nuovo modo di pensare, e in particolare di insegnare ai “maschi” che non esistono comportamenti da uomo o da donna e che non vi è uno standard per essere considerati veri uomini. Gli esempi e le azioni sono più educativi delle parole. Insegnare ai bambini ad allontanarsi da esempi di mascolinità tossica, che inizia nei comportamenti in base al ruolo che essi apprendono in famiglia (come ad esempio vedere la mamma che si affanna tra mille faccende domestiche, il lavoro, il doposcuola, etc.), darà l’idea al bambino maschio, che quelli non saranno cose di cui dovrà occuparsi da grande. La cultura del consenso insieme al valore della parola “no”, sono fondanti per una cultura basata sulla parità. Spesso i ragazzi non ricevono quel “no” e crescono impreparati all’elaborazione di una negazione o del declino di una richiesta. Al bambino si insegna a nascondere le proprie emozioni, poiché il “vero uomo” non piange; oppure è una “femminuccia” se non riesce in qual- cosa, ponendo il paragone con l’attività ludica tutta femminile di “pettinare le bambole” ovvero di perdere tempo o non fare nulla.

Le donne per fare le cose fatte bene devono invece “tirare fuori le palle”, poiché il successo è prerogativa tutta maschile. Tasselli che costruiscono giorno dopo giorno personalità predisposte o meno alla parità. Da questa ottica la figura dell’omosessuale svolgerebbe un ruolo fondamentale sul piano “ideologico” e nella ridefinizione dei modelli di maschilità, motivo per cui i nemici della Convenzione sono gli stessi che avversano la promozione dei diritti civili per gli omosessuali, che continuano ad intraprendere una politica aggressiva su base difensiva di ruoli rigidi e stereotipati. A volte la musica trap diffonde lo stereotipo del maschio alfa, e ad ascoltarla sono ragazzi pre-adolescenti ed adolescenti, i quali se educati all’ intelligenza emotiva, ovvero quella capacità di provare empatia per le emozioni ed i sentimenti degli altri, possono respingere quei modelli, altrimenti possono assimilarli. Si chiama analfabetismo emozionale che come l’analfabetismo scolastico, priva le genera- zioni di strumenti indispensabili per vivere nella società.

“Questi (i ragazzi) attraversano un momento della vita in cui si affronta per la prima volta tutto lo spettro dei sentimenti e spesso non hanno strumenti per gestirne le profondità”, Gabriella Insana, insegnante. Gli adolescenti approcciano al sesso attraverso siti porno, che danno del sesso un’immagine distorta, forzata, caricata, in cui la prestazione dell’uomo è paragonare ad un animale da monta e quella della donna ad un consenziente pupazzo da penetrare in ogni orifizio, priva di emozioni, incluso il dolore, che durante il sesso reale, si può provare. Orge come stupri di gruppo su una donna, poiché principalmente è l’uomo che manovra il tutto, perché se fosse la donna, il porno apparterrebbe alla categoria “uomini sottomessi”. Ma quale raptus? Nella maggior parte dei femminicidi vi è la premeditazione, oltre che l’ “annunciazione” della tragedia, per una serie di atteggiamenti violenti recidivi contro la donna. Succede lo stesso perché la questione è sottovalutata e categorizzata come reato singolo, non come fenomeno. I fenomeni sociali sono politicamente più complessi da trattare.

La colpa alla fine è sempre delle donne, perché, se quando “lasciano” sono troppo chiare con le parole, sono stronze e provocatrici; se “non lasciano”, se la sono cercata. Gli uccisori, spesso hanno l’aspetto del bravo ragazzo, ma pianificano omicidi che vanno sempre a buon fine. I reati ai danni delle donne hanno ab- bassato la media dell’età. Purtroppo in Italia la cultura viene mortificata da vent’anni ed in una terra così feconda di ignoranza, la “cultura dello stupro” continua a propagarsi come un tumore. Per essa, è l’insieme degli atteggiamenti che minimizzano o normalizzano un femminicidio o uno stupro, ad alimentare la considerazione errata della donna come oggetto di possesso, e quindi obiettivo probabile di un ex-partner, che non “interpreta” o non accetta un “no” come risposta; che non accetta la decisione presa e non intrapresa. Come ha dichiarato Elena Cecchettin, sorella della povera Giulia, “serve una rivoluzione culturale”, che ribalti la concezione stereotipata del ruolo donna, poiché alla fine, ora la donna, non è mai vittima veramente.

Giuliana Cenci
Associazione "Mariposa"

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