La riforma populista della Meloni

“Volete decidere voi o volete che decidano i partiti?” Il governo alla deriva istituzionale mortifica il Parlamento. Molto più corretti i precedenti tentativi: dalla bicamerale D’Alema/Berlusconi alla proposta Renzi. Nessuno parla della riforma elettorale.

E si torna a tentare la strada della riforma costituzionale, la madre di tutte le riforme: ci provò Berlusconi nel 2006; poi Renzi nel 2014; ed ora vuole provarci Giorgia Meloni, forte di una maggioranza solida. Questi sono solo gli ultimi tentativi, quelli delle riforme a colpi di maggioranza, mentre in precedenza il parlamento tentò (senza riuscirvi) la strada “bipartisan” con le cosiddette “bicamerali” (perché composte da deputati e senatori), presiedute di volta in volta da esponenti autorevolissimi, prima Bozzi nel 1983, poi De Mita e N.Iotti nel 1992, poi D’Alema nel 1997: il dibattito si è sempre incentrato sul tentativo di snellire l’iter di approvazione delle leggi, superando o mitigando il bicameralismo perfetto, e di rafforzare l’esecutivo per superare la frammentazione di governi spesso di breve durata.

La riforma del 2006 era incentrata sulla devoluzione dei poteri alle regioni, la trasformazione del Senato in Senato federale, fino all’istituzione di un cosiddetto “premierato forte”, ma il referendum popolare non superò il quorum. La riforma Renzi invece venne bocciata dal voto referendario che ebbe un’affluenza al 65%: si puntava a superare il bicameralismo perfetto, eliminando al contempo le province e riscrivendo i rapporti tra stato e regioni. Renzi poi agitava la formula del «Sindaco d’Italia» con riferimento alla sua idea di trasformare il ruolo del premier in un simil-sindaco, un premier forte che il voto popolare dimostrò di non gradire (anche sulla base di un grande battage politico e giuridico messo in moto nel fronte contrario). E ora è sul campo la proposta di riforma del governo
Meloni, che introdurrebbe l’elezione diretta del primo ministro  in Italia, l’abolizione dei senatori
a vita e una norma diretta ad evitare eventuali ribaltoni. Diciamo subito che questa proposta di riforma, più dei precedenti tentativi, sembra disegnata e ritagliata a misura dell’attuale governo e della sua maggioranza e composizione, laddove il respiro di una riforma costituzionale si misura, di
contro, con la sua capacità di astrarre dall’attualità e di disegnare regole per tutti, che possano
reggere nel tempo ed attagliarsi realmente alle diverse alternative politiche e di governo.

Rafforzare l’esecutivo, conferendogli una legittimazione popolare diretta, è una tipica rivendicazione populista. Il programma di governo della Meloni, anzi, contemplava il presidenzialismo, l’elezione diretta del Presidente della Repubblica, per poi ripiegare sul premierato: ma così si alterano gli equilibri tra i poteri dello Stato e viene di fatto mortificato il ruolo del Presidente della Repubblica, e sminuito il Parlamento. Questa previsione, sommata a quella che non prevede l’elezione di senatori a vita (salvo gli ex presidenti) e che sbarra la strada per il premier ad esponenti non eletti in Parlamento, sembra una sorta di rivalsa verso quello che in passato anche recente è accaduto, con i governi tecnici (prima quello di Monti e poi quello di Draghi). E’ una sorta di ossessione questa, che peraltro è frutto di una narrazione falsata: i governi tecnici non sono stati voluti solo da Presidenti del
centrosinistra e forze di quell’area, ma hanno sempre goduto di un amplissimo consenso parlamentare da tutti i settori del Parlamento e da varie aree politiche; e per fortuna che l’attuale
testo costituzionale prevedeva la possibilità di scelte emergenziali come quelle dei governi Monti o Draghi, il che è stato un di più e non certo un vulnus del nostro ordinamento, checché ne pensi l’attuale Premier e la sua maggioranza.

C’è poi il pateracchio del secondo premier di maggioranza che può seguire al primo, che pone non pochi problemi. Ai timori e rischi già evidenziati sulla proposta di riforma costituzionale, se ne aggiungono altri che riguardano la legge elettorale, che dovrebbe essere cambiata tra soglie e premi di maggioranza, per assicurare al Presidente del Consiglio eletto direttamente la maggioranza parlamentare del 55%, prevista dal ddl del governo: il testo parla di un sistema con premio di maggioranza, con una soglia minima (50% o più probabilmente 40%?) superata la quale scatta il premio. Insomma, molte le criticità di questa proposta di riforma costituzionale. Sarà una partita dura che verrà decisa di fatto col referendum popolare: e qui sappiamo che il corpo elettorale è sempre
poco propenso ad affidare deleghe al leader del momento o alla maggioranza in carica, preferendo un sistema più articolato ed equilibrato, anche se talvolta più farraginoso.

Antonio Belliazzi

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