L’atroce delitto di Giulia Cecchettin, rappresenta un punto di non ritorno contro i femminicidi. È l’ora di una rivolta collettiva, ma anche di una presa d’atto delle responsabilità di ciascuno. Le colpe dello Stato e di un potere che continua a nutrirsi della sub-cultura del conservatorismo. Il ruolo della scuola e della famiglia. Mezzo milione a Roma

Alle radici del male. Questo editoriale doveva essere dedicato al “Borgo Protetto” e alla multinazionale a cui fa capo l’ambizioso e controverso progetto: la “GIOMI”, un gigante nel settore della sanità privata. Ce ne occuperemo nel prossimo numero. Il femminicidio terribile di Giulia Cecchettin ci ha imposto di reimpaginare il giornale (alle pagg. 18 e 19 troverete attente analisi delle nostre Giuliana Cenci e Carla Colla). Questa volta però non si è trattato semplicemente come spesso avviene anche con un certo cinismo, di “stare sul pezzo”, bensì di rispondere a quesiti reali che ci hanno, come del resto a tutta la pubblica opinione, turbato la coscienza costringendoci, finalmente, e sottolineiamo finalmente, a fare
i conti con noi stessi nel relazionarci a questo efferato crimine. Un crimine che sfugge alla numerazione. Dall’inizio dell’anno abbiamo avuto 104 femminicidi; questo sarebbe – in termini numerici – il centocinquesimo. Ma qui c’è la svolta; c’è il punto di non ritorno. È il preciso momento in cui si dice: basta! Ma questo basta si riempie di interrogativi abbandonando il putrido terre- no dell’ipocrita retorica dentro la quale abbiamo nascosto le nostre ignavie girando la testa dall’altra parte e accontentandoci del mostro di turno da sbattere in prima pagina.
No! ha ragione la coraggiosa, intelligente e colta sorella di Giulia: il mostro non c’è. Non si nasce mostri: si diventa. I mostri siamo noi, tutti. Abbiamo accettato non per anni, ma per decenni, che migliaia di donne venissero massacrate, picchiate, offese, umiliate, con l’indifferenza di chi pensa “tanto nella mia famiglia questo non accadrà mai”, sino ad assuefarci a questa carneficina riducendola a mera cronaca nera. I mostri siamo noi uomini, anche quelli “impegnati” mai sufficientemente accanto alle ragioni delle donne. E che nel quotidiano abbiamo anche noi ammiccato a doppi sensi e a linguaggi del peggiore retaggio maschilista. Il mostro è il Potere, non solo questo fascio-leghista al governo, ma il Potere strutturato nel corso di decenni che ha attraversato all’insegna del patriarcato e della triade avvelenata “Dio-Patria-Famiglia” la prima e la Seconda Repubblica. I mostri sono anche a
sinistra (a destra è scontato; basta pensare al rifiuto di firmare il trattato di Istanbul contro la violenza sulle donne del “sig. Presidente Meloni). Sono in quella sinistra che, nel nome dei sacrosanti diritti sociali storce il naso di fronte a quelli civili. Il mostro è la scuola che non si è mai posta l’esigenza di una “educazione sentimentale” a partire dalle elementari per non incrociare il termine “sessuale”, di un uso corretto dei social attraverso i quali si formano coscienze deviate, in modo particolare nelle relazioni affettive o presunte tali. I mostri crescono nelle nostre disattente famiglie quando vengono lasciati in compagnia degli smartphone privi di ogni affettività o al contrario viziati da troppa affettività. Il mostro è anche chi dirige questo giornale che in un anno e mezzo di nuova vita, ha atteso l’ennesimo femminicidio per “degnarsi” di dedicare al tema un editoriale. Dice bene la famiglia di Giulia: non serve il “rispettoso silenzio”. Serve fare rumore! Molto rumore; nelle strade, nelle piazze, nelle scuole, nel Parlamento.
Giulia aveva di recente confidato ad un’amica “se dovessi morire, bruciate tutto”. Svuotiamo nel grande falò dell’immondizia patriarcale tutti i pregiudizi, le viltà, le nostre colpe, e diamogli fuoco! Perché è li che si nutrono le radici del male.
Emilio Magliano