Ama il prossimo tuo…ma chi è il prossimo mio?

Un imperativo possibile solo nella costruzione di una società di convivenza. L’opposto della paura dell’altro. Il “forestiero” visto come nemico

“Ama il prossimo tuo” è il tema di questo primo esperimento filosofico. Una frase che risuona come un
mantra, parole ascoltate e ripetute chissà quante volte, parole che troviamo nell’Antico Testamento, nel Levitico 19,18 e non solo. Nel titolo manca il seguito, contenuto tanto famoso quanto controverso: “come te stesso”. Cosa ha avuto da dirci questa raccomandazione per tutto questo tempo? Chi è il prossimo? I miei familiari? Le persone più vicine fisicamente? Qualcuno che deve ancora arrivare? Qualcuno che non vedrò mai? In realtà le Scritture danno una risposta a parte di queste domande. Il prossimo non è solo chi è vicino ma anche il “forestiero”, colui che arriva da lontano, colui che non conosco (Levitico 19,34).

Nel contesto della globalizzazione e della sempre crescente interconnessione tra le persone, è fondamentale estendere il concetto di prossimo oltre i
confini fisici e culturali.

Il nostro prossimo può essere il vicino di casa o il migrante che cerca rifugio, il compagno di classe, l’anziano solitario, il connazionale, il cittadino del mondo ed è presumibile che tra queste persone possa ritrovarmi come prossimo qualcuno che non avrei mai voluto. Potremmo anche chiederci cosa significa amarlo. Di quale amore si tratta? E poi, conviene amarlo come amo me stesso? Amo me stesso? Quale me stesso amo? Non risponderemo a tutte queste domande che tuttavia è lecito porsi ma sarà possibile intraprendere riflessioni che potranno guidarci nel vortice delle relazioni umane e della convivenza sociale e per fare ciò forse la domanda giusta da cui iniziare è perché amare
il prossimo?

Riformuliamo ancora e domandiamoci, perché avvicinarsi all’Altro? In questo flusso di pensieri forse c’è il tentativo di liberare la questione dall’ambito che lega la lapidaria frase del titolo a una morale
religiosa e di avvicinarsi al concetto di alterità, caro a gran parte della filosofia. Così come c’è il tentativo di evitare di ricorrere alla parola amore. Le parole nascono per soddisfare delle esigenze comunicative ed espressive, vengono usate e poi alterate, abbandonate o usate per altro. Ecco, il verbo amare ci crea qualche problema e decidiamo di renderlo con espressioni che più si addicono al nostro caso, espressioni che possono caratterizzare le relazioni umane, senza ricorrere al richiamo a un comandamento dall’alto, una legge eteronoma di cui non tutti capiamo il senso, poiché legata a un tipo d’amore incondizionato “con tutta l’anima, la mente e la forza” verso Dio o a un tipo d’amore verso se stessi che non basta neanche una vita per chiarire. Sentirsi responsabili, aprirsi, venire in aiuto, prendere in considerazione, preoccuparsi, incuriosirsi, conoscere. Questi i verbi che di sicuro, in società pluraliste, via via più laiche, fondate su acquisizioni democratiche e liberali, sentiamo come significativi quando parliamo del senso dell’amare il prossimo. Solo in questo senso potremmo recuperare l’antica idea di eros come tensione e avvicinamento verso l’altro.

Curioso che quando è stato proposto il tema abbia pensato subito a un filosofo, Emmanuel Lévinas secondo cui l’apertura all’altro rimanda all’Altro per antonomasia cioè Dio, l’Infinito. Questo aspetto per ora lo tralasciamo e ci concentriamo su ciò che c’è di più umano. In Totalità e Infinito (1961), Lévinas accusa la filosofia tradizionale di aver racchiuso la diversità e il molteplice in una totalità che soffoca ogni forma di alterità. L’evento alla base del distacco da questa filosofia della potenza avviene proprio dall’incontro con l’altro: questo ci catapulta oltre i confini della nostra soggettività egoistica e il modo in cui si presenta è il volto, che si impone, autosignificante, inizialmente, al di là del contesto fisico e sociale. Il volto ci coinvolge e ci mette in discussione, rendendoci responsabili nei suoi riguardi.

La prossimità si realizza quando si accetta di prendere in
carico l’essere dell’altro, la sua identità e il suo contributo
alla comunità.

Questa idea generale della responsabilità è senz’altro conveniente e necessaria: è vero che, nella quotidianità può esporci al rischio dell’offesa, della violenza prevaricatrice ma è ciò che nella storia dell’umanità ci ha permesso di regolamentare i conflitti, di convivere, di renderci scrupolosi nei confronti di chi dovrà abitare la Terra tra decenni, di vivere più autenticamente ciò che significa essere umani. Allora si va oltre e con l’immaginazione si vedono i volti di tutti e tutte. Gli stati con i propri quadri normativi diventano garanti dei rapporti tra altri, ma perché questo meccanismo sia a fondamento di ogni società serve impegno in prima persona. Occorre che i verbi esplicitati prima diventino azione/interazione nella comunità in cui si vive, costruzione di una cultura della convivenza, nonché atti politici. Ci sarebbero prossimi meno temibili? Credo proprio di sì. E chissà se questi incontri tra esistenze possano inaugurare anche un più consapevole lavoro di sé su sé.

Elisa Trifelli
Filosofa
Associazione Polygonal

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