Artemisia, la violenza e Giuditta

La Gentileschi, vittima di uno stupro, si riscatta attraverso la sua arte

Agostino entrò in casa e se ne andò da Artimitia, et la trovò che dipingeva et con lei assisteva Tutia, et giunto che fu da Artimitia comandò a Tutia che se ne andasse, et Tutia subito si levò et se ne andò di sopra, et in quel giorno proprio Agostino sverginò Artimitia”. È il 1611 quando Artemisia Gentileschi
aveva soli 18 anni e Agostino Tassi detto “lo smagiasso” pittore, amico del padre Orazio, con il quale lavorava in collaborazione alla realizzazione della loggetta della sala del Casino delle Muse a Palazzo Rospigliosi, la violentò. Artemisia descrisse così l’avvenimento durante il processo, con parole molto dure: «Serrò la camera a chiave e dopo serrata mi buttò su la sponda del letto dandomi con una
mano sul petto, mi mise un ginocchio fra le cosce ch’io non potessi serrarle et alzatomi li panni, che ci fece grandissima fatiga per alzarmeli, mi mise una mano con un fazzoletto alla gola et alla bocca acciò non gridassi e le mani quali prima mi teneva con l’altra mano mi le lasciò, avendo esso prima messo tutti doi li ginocchi tra le mie gambe et appuntendomi il membro alla natura cominciò a spingere e lo
mise dentro. E li sgraffignai il viso e li strappai li capelli».

La Gentileschi ricorre al giudizio del tribunale affrontando, pur di attestare la veridicità delle sue accuse, l’umiliazione di plurime visite ginecologiche e allo schiacciamento dei pollici, “tormento dei sibilli”. La tortura consisteva nel legare i pollici con delle cordicelle che, con l’azione di un randello, si stringevano sempre di più sino a stritolare le falangi. Con questa drammatica tortura lei avrebbe rischiato di perdere le dita per sempre, danno incalcolabile per una grande artista come lei. Il processo si chiuse nel più scontato e disgustoso dei modi: il Tassi scontò pochi mesi nella prigione di Corte Savella ma alla fine, complice la scarsa attenzione dei tempi nei confronti della violenza sulle donne, il caso venne archiviato. Un mese dopo il processo accetta di trasferirsi a Firenze e sposa Pietro Antonio Stiattesi, era un matrimonio combinato dal padre, lei ebbe quasi un odio per questo padre troppo ingombrante da cui per un periodo avrebbe rinnegato anche il cognome acquisendo quello dello zio; si sarebbe infatti firmata come Artemisia Lomi. Il processo lasciò molti strascichi, Artemisia
emerse artisticamente con una identità libera ed autonoma, libera dagli insegnamenti del padre e più affine all’immaginario di Caravaggio. “La Giuditta che decapita Oloferne” (1612 –1613) conservata a Napoli in cui le figure sono ancora oraziane, ma la scena riprende i giochi chiaroscurali del teatro caravaggesco, esemplifica bene questo periodo. Venne realizzata poco dopo lo stupro, circostanza che ha indotto a far pensare ad un riferimento autobiografico.

Decapitando Oloferne su una tela, Artemisia annulla, elevando in un gesto altamente metaforico, il suo disagio di donna rovinata, nell’onore e nell’amore.

La sua passata violenza da giovane indifesa, viene riabilitata da una Giuditta che, con l’aiuto di una serva, domina sopra un lenzuolo il corpo ribelle del nemico. Il sangue, viene dipinto sulla tela, rivo per rivo, come un ricamo, sul bianco lino del lenzuolo; “scorre sulla scena come barbarie eterna”. È la compensazione del sangue verginale cercato con prepotenza, l’esibizione del supplizio femminile all’occhio di un pubblico ingrato e smemorato. Artemisia non ha armi con cui massacrare la ferocia di Agostino: attacca con le armi della sua arte, un “dipinger sempre più risentito e fiero, con ombre tenebrose, luci di temporale, pennellate come fendenti di spada”. La mano che aveva tentato invano di distogliere il sesso maschile da malsane intenzioni, affrancata da ogni rancore conquista la riabilitazione sociale e artistica. Un’immensa fierezza le gonfia il petto, un’orribile fierezza di donna vendicata in cui trova luogo, malgrado la vergogna, la soddisfazione dell’artista che ha superato tutti i problemi dell’arte e parla il linguaggio dei puri, degli eletti. Questo dipinto oggi ci parla anche di una
donna che scelse di essere artista in un’epoca dominata dagli uomini, lavorando per le corti di Roma, Firenze, Napoli, spingendosi fino in Inghilterra e infine entrando, prima donna in assoluto nell’Accademia delle Belle Arti e del Disegno di Firenze.

Giorgio Chiominto
Architetto

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