La Meloni a un bivio

Tra economia ed Europa per la Premier i nodi sono al pettine. Sul MES la maggioranza si spacca e blocca l’Europa isolando il nostro paese. Il Ministro Giorgetti: “Avrei votato sì, ma non è aria”. Ed è polemica

Ci possono essere diverse narrazioni sull’attività del governo Meloni. La Premier (e con essa la destra italiana) ne afferma una quasi trionfalistica, a segnalare un rigurgito di orgoglio per i dati economici
(occupazione su tutti e quarta rata Pnrr già deliberata dall’Ue); poi c’è quella dell’opposizione più gridata, di segno opposto, ad invocare tempi foschi e ad addebitare al governo una politica che danneggia i più disagiati (dal no al salario minimo all’abolizione del reddito di cittadinanza) e un po’ tutto quello che non va e non si è fatto da almeno 10 anni a questa parte.

Tra queste opposte versioni c’è poi una terza lettura, che facciamo nostra in sostanza: che è quella che vede un obiettivo momento di difficoltà della nostra politica economica e che la finanziaria in discussione non riesce a dissipare più di tanto, perché la coperta è corta e stretta, e non c’è spazio per voli pindarici (e mantenimento di tante promesse fatte dai comodi banchi dell’opposizione); e poi un giudizio sospeso e critico sull’Europa: lì la nostra Premier riesce a garantirsi un minimo di autorevolezza personale e di credito (ed è un suo successo in qualche modo, che sconfessa molte previsioni gufesche) ma questo non basta a dissipare le varie nubi che si intravvedono nel cielo dell’Europa quando si provano a decrittare i vari segnali che il nostro governo manda, e che sono a dir poco ondivaghi. La Meloni si muove secondo un metodo preciso, una sorta di continuo stop and go, che da una parte cerca di rassicurare la Commissione Ue (soprattutto la Presidente Ursula von der Leyen, con la quale ha creato un buon rapporto personale) e i principali alleati (Francia e Germania) e dall’altra vuole però mantenere un profilo sovranista e di destra (in stretto rap- porto col partito Vox spagnolo e Orban in Ungheria) anche per non farsi scavalcare a destra da Salvini, e così si fa la voce grossa sul patto di stabilità (salvo poi accordarsi in extremis) e si protrae all’infinito il tira e molla sul Mes (almeno fino a quando andiamo in stampa). C’è quasi uno sdoppiamento della Meloni – un suo giocare su due fronti e che però non potrà continuare all’infinito: probabilmente il momento della verità sarà fissato dopo le elezioni europee e riguarderà la nomina della Commissione europea e il rinnovo del Presidente, con la von der Leyen che aspira ad una rielezione, con un accordo tipo quello precedente (la c.d. maggioranza Ursula) imperniato sui popolari, socialisti e liberali e che però
difficilmente avrà i numeri necessari, e qui diventa strategica la pattuglia dei Fratelli d’Italia, chiamata ad una scelta tra responsabilità e centralità in Europa o di identarismo di destra estrema come invece spinge lo scomodo alleato Salvini, sempre pronto a giocar di tattica.

Le sorti dell’Italia sono appese a questa scelta che Giorgia Meloni dovrà compiere, ed inutile dire che, in caso di fuga da un quadro di responsabilità europea, le conseguenze per il nostro Paese rischiano di diventare molto se- rie, col debito pubblico alle stelle e con una diffidenza molto forte dei nostri partners storici. Sul fronte governativo queste sono le principali tematiche in gioco, mi sembra, e da come verranno affrontate dipende anche un pronostico attendibile sulla durata del governo Meloni, probabilmente quinquennale se la Premier riuscirà a passare positivamente (responsabilmente) le forche caudine del voto europeo e della formazione della nuova commissione; in caso contrario, con i mercati in subbuglio, una stagnazione economica difficilmente smentita e con le cancellerie europee
diffidenti, la situazione potrebbe far pensare a quel che accadde sul finire del 2011, quando Berlusconi si dovette dimettere per far posto al governo tecnico presieduto da Monti.

Sul fronte dell’opposizione il P.D. di Elly Schlein vorrebbe provare a federare le varie forze, e ciò è del tutto legittimo e anche logico, ma il problema è il rapporto con i 5 Stelle di Conte, sempre sfuggente, e poi quello – al momento distante- con le varie forze spostate più al centro e divise tra loro (Renzi, Calenda, Più Europa), e per nulla inclini ad accordarsi con i pentastellati. Intanto sul MES l’opposizione si è divisa: 5 Stelle contrari e PD a favore. La partita, inutile pensare il contrario, si gioca tutta sul fronte dell’attuale governo e sulla sua maggioranza.

Antonio Belliazzi

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