Cartolina
Cori, Giuliano e Rocca Massima
condividono percorsi di genti,
di armenti, torrenti e sorgenti.
Non manca il laghetto incastonato
in un ambiente incontaminato.
Lo sguardo si apre dai monti al piano,
all’orizzonte si affaccia lontano,
si tuffa nel mare con il pensiero
di pescare un sogno non passeggero…
almeno uno, ma vero davvero!
Fin dal Trecento questa famiglia fiorentina si impose economicamente con il mercato delle lane e stoffe, poi politicamente con incarichi di governo. Nel Cinquecento si spostarono a Roma dove ebbero ruoli ecclesiastici importanti, donarono tre ospedali alla città diventandone “Protettori”. Nell’Ottocento destinarono una casa da strutturare come ospedale per l’infanzia chiamato “Bambino Gesù” donato poi alla Santa Sede. Il cardinale Anton Maria nel 1602 concesse, per la prima volta in Marittima, le doti alle ragazze povere di Giuliano. I Salviati, signori di Giuliano, Colleferro, Roccamassima ed altre città, s’imparentarono con i i Barberini, i Boncompagni, i Borghese, i Colonna, i Conti, i Rospigliosi… Nel 1704 il ramo romano dei Salviati si estinse con la morte di Anton Maria che nominò erede dei diritti di primogenitura Antonino Salviati di Firenze obbligando la figlia Zeffirina a sposarsi con lui. Questa però nel 1717 scelse di sposare Fabrizio Colonna incoraggiata dalla madre Lucrezia Rospigliosi. Già nella metà del Cinquecento i ministri che si avvicendarono nella tenuta di Giuliano, curarono affitti, locazioni, lavori agricoli e artigianali ed anche controversie; ad esempio nel 1549 ci fu concordia tra Giulio Colonna e Lorenzo Salviati sopra il lago di Giuliano e concordia nel 1552 tra Costanza Conti, moglie di Lorenzo Salviati e i “canonici di Ravenna” per la “manutenzione libera coltura nelle paludi”.
Nel Settecento Gian Vincenzo (1693-1757) duca di Giuliano, da Anna Maria Boncompagni ebbe Averardo, Gregorio (1722-1794) intraprese la carriera ecclesiastica; Antonino, Laura, Caterina si monacò. Averardo ebbe Anna Maria, era palese il disagio di una discendenza solo femminile. Gregorio viaggiava all’estero per incarichi importanti della Curia, nel periodo della raccolta del grano era a Giuliano. Si recava molto spesso a Viterbo come Protettore e Benefattore del Monastero dell’Assunta fondato da suor Lilia alla quale era legato da amicizia e stima. Era preoccupato per la successione familiare, le chiese consiglio se doveva tornare secolare. Suor Lilia lo dissuase perché a breve sarebbe diventato Cardinale e la sorella avrebbe trasmesso il nome tramite un figlio maschio: «… A Monsignor Salviati, il quale palesò alla nostra Madre di trovarsi in necessità di deporre la mantelletta perché in sua casa non vi era successione, disse che ciò non avesse fatto, che avesse continuato nello stato intrapreso, e che avrebbe veduto che Iddio provvederebbe a tutto…
Così ha continuato quel prelato… mantenne sempre, finché visse, grande devozione alla Serva di Dio e protezione al nostro monastero». Egli lasciò al monastero dell’Assunta 40 scudi e continuò con le offerte. Gregorio fu ordinato cardinale nel 1777, morì nel 1794, la discendenza romana dei Salviati si estinse con lui come quella fiorentina. Ma la nipote Anna Maria da Marcantonio Borghese ebbe tre figli, le disposizioni testamentarie indicarono che il patrimonio passasse a Camillo Borghese, marito di Paolina Bonaparte, non ebbe eredi per cui i diritti e i beni passarono al fratello Francesco. Questo da Adelaide de La Rochefaucauld ebbe Marcantonio, Camillo, Scipione e Maria. Controllava a distanza le sue proprietà con interventi sul territorio spesso paludoso. Francesco stabilì, indicando i Fondi e le condizioni, che la primogenitura Borghese dovesse appartenere al primogenito Marcantonio; la primogenitura Aldobrandini dovesse appartenere al secondogenito Camillo, per il terzogenito Scipione ripristinò la primogenitura Salviati. Il 7 Febbraio 1837 Leopoldo II, Granduca di Toscana concesse a Don Scipione Borghese e ai suoi discendenti, la facoltà d’assumere il cognome Salviati dalla discendenza materna con stemma e titolo ducale. Dopo più di sessant’anni si concretizzò quello che aveva previsto la Serva di Dio suor Lilia.
Nel Fondo Salviati, tra istrumenti, donazioni, prestiti, debiti, pagamenti, attività, processi e sentenze, si affacciano usi, costumi, oggetti: “argenti, ori, quadri, mobili, parati, arazzi, guardaroba…” che rappresentano un’epoca vissuta tra pompa, etichette e frivolezze, solo da chi poteva permettersele.
Giancarla Sissa