Ricordati i bombardamenti a Cori: lutti e distruzioni nella nostra comunità in una guerra voluta dalla follia di Mussolini
I bombardamenti sulle città italiane iniziarono l’11 giugno del 1940, il giorno successivo alla entrata in
guerra al fianco della Germania contro Francia e Gran Bretagna, e terminarono agli inizi di maggio
1945 con le truppe tedesche in ritirata verso il Brennero. Nei cinque anni compresi tra queste due date, quasi ogni città italiana venne bombardata. Il bilancio conclusivo fu di 60.000 vittime civili con danni incalcolabili al patrimonio edilizio, architettonico e artistico. Pesante e assai doloroso epilogo della sciagurata decisione di Mussolini di seguire Hitler fino alle porte dell’inferno, e oltre. Ironia della sorte, era stato il generale italiano Giulio Douhet tra i primi a teorizzare nel lontano 1921 il concetto di bombardamento strategico come contrapposto a quello tattico. Quello strategico doveva prevedere l’impiego di bombardieri a lungo raggio d’azione in grado di sganciare grandi quantità di ordigni dietro
la linea del fronte con l’obiettivo di fiaccare il morale del nemico e minarne il sistema produttivo o le infrastrutture. Un bombardamento con finalità politiche prima ancora che militari, per questo motivo spesso deliberatamente rivolto contro le popolazioni civili. Così, scriveva Douhet nel suo libro Il dominio dell’aria, “facendo il deserto dietro l’esercito nemico” le guerre si sarebbero concluse prima con notevole risparmio di vite umane. Un calcolo, dunque, che nella logica della guerra poteva avere una sua giustificazione. Queste idee finirono per influenzare profondamente la scuola di pensiero della nascente arma aeronautica americana, che durante il primo conflitto mondiale cercò ispirazione in Europa, e in particolare in Italia, dove l’Ing. Caproni, sotto l’influsso di Douhet, aveva già dato prova
di saper costruire bombardieri di tutto rispetto. Esempi di bombardamenti strategici, quelli compiuti dagli aerei tedeschi e italiani in Spagna nel biennio ‘37-’38 ai danni di Barcellona, con tracce ancora oggi visibili sugli edifici del Barrio Gotico, e della celebre Guernica immortalata da Picasso. Per non parlare della devastazione delle città tedesche da parte alleata nel triennio ‘43-’45 o del bombardamento del quartiere San Lorenzo a Roma nel luglio del ‘43 al quale seguì la notte del Gran Consiglio e la caduta di Mussolini.


Gli inglesi, dal canto loro, giunsero autonomamente a conclusioni non molto diverse da quelle di Douhet ed anzi più avanti nel corso del secondo conflitto mondiale seguirono il principio del bombardamento a tappeto (aerial bombing), ritenuto il modo migliore per vincere la guerra, anche in considerazione della scarsa precisione di sistemi di puntamento che li inducevano ad aumentare il numero di bombe sganciate per massimizzare la probabilità di ottenere risultati. Fin da subito, decisero di colpire le popolazioni con l’intento di verificarne la resistenza psicologica. Bombardavano di notte, più o meno a caso, perché di giorno sarebbero stati ugualmente “ciechi” e in più avrebbero corso maggiori rischi dalla contraerea. Churchill era convinto non a torto che l’Italia fosse il “ventre
molle” dell’Asse e che ci fossero “più possibilità di buttarla fuori dalla guerra bombardandola rispetto a quante ne abbiamo con la Germania”. Gli americani invece furono inizialmente più cauti. Disponendo di sistemi di puntamento migliori (comunque rudimentali), preferivano bombardare di giorno perché, come era solito affermare il capo delle forze aeree H. Arnold, “vogliamo che la gente capisca e abbia fiducia nel nostro modo di fare la guerra”. A conti fatti, tuttavia, la necessità di volare a grandi altezze per evitare la contraerea di giorno e l’intensità dei loro bombardamenti non dimostrarono precisione maggiore rispetto a quella dei bombardieri inglesi in missione notturna.
Ciò detto, il 30 gennaio ‘44, una domenica mattina piena di luce, una squadriglia di bombardieri Douglas A-20 Havoc della USA Air Force oscurarono il sole di Cori, che fino ad allora aveva visto la guerra da lontano.
Sono passati ottanta anni da quel giorno e per decenni abbiamo individuato (o creduto di individuare) le ragioni di quel bombardamento nella (presunta) presenza a Cori del feldmaresciallo A. K. Kesselring comandante supremo delle forze tedesche in Italia dopo l’armistizio dell’8 settembre. In stallatosi presso il castello di Santa Margherita insieme al suo comando, da lì avrebbe potuto dirigere la campagna difensiva contro gli Alleati appena sbarcati ad Anzio. Soprattutto, secondo la vulgata comune, la sua presenza avrebbe procurato indiretta mente la distruzione di molte delle nostre chiese, avendo gli americani confuso il castello di Santa Margherita con una chiesa. Nessuna delle due ipotesi è vera, però.
Perché ambedue non reggono il confronto con la storia, mancano infatti evidenze di qualsiasi tipo al riguardo, e ancor di più perché non necessarie (“entia non sunt multiplicanda praeter necessitatem” diceva il francescano Guglielmo di Occam, ovvero non occorre complicare le cose se non serve). Le ragioni di quel bombardamento e di quelli che seguirono furono “strategiche”, nel senso che dicevamo prima, e tutte interne alla battaglia in corso a seguito dello sbarco ad Anzio delle truppe alleate nel gennaio del ‘44. Un bombardamento a tappeto con bombe sganciate da più di 3.000 metri e obiettivi colpiti più o meno a caso. Uno dei tanti in quei mesi terribili, sull’aerea compresa tra Cassino (linea Gustav) e Roma, che doveva risultare al termine dei combattimenti una delle più martoriate d’Italia.
Di questo e di molto altro, su tutto le testimonianze dei sopravvissuti e un primo tentativo di indagare seriamente, cioè storicamente, le vicende della ricostruzione, si è discusso a Cori nelle settimane passate in occasione delle giornate dedicate alla rievocazione dell’ottantesimo dei bombardamenti organizzate dall’amministrazione comunale con la collaborazione della Proloco Cori. Giornate impreziosite dalla mostra delle fotografie della raccolta di Paolo Carotenuto presso Palazzetto Luciani e dalla rappresentazione teatrale con regia di Tito Vittori “E se finé jo munno”, che tanta commozione ha suscitato nel numeroso pubblico presente.
Le informazioni contenute in questo articolo sono state tratte da “Storia dell’industria aeronautica italiana. Dai primi velivoli a oggi” di Francesca Fauri (Il Mulino 2023) e da “I bombardamenti sull’Italia nella Seconda Guerra Mondiale. Strategia anglo-americana e propaganda rivolta alla popolazione civile” (Università di Venezia 2010) di Claudia Baldoli.
Paolo Fantini