A colloquio con Sua Eccellenza Don Felice Accrocca, arcivescovo di Benevento. “Sulla pace troppe ambiguità. La politica europea dà segni di debolezza. Fine dei massacri in Palestina: il ruolo importante degli Stati Uniti. L’accoglienza: L’uomo è preda di paure e ci sta chi ci specula sopra e parla alla pancia della gente. Cori? È sempre con me”
Non so dire se la parola “Pace” sia diventata un vero e proprio tabù, certo è però che le posizioni di contrarietà ai conflitti sembrano diventare sempre più rare…”

Inizia così la nostra piacevole conversazione con don Felice Accrocca, corese doc e dal 2016 arcivescovo di Benevento. Un breve excursus tra i valori universali che il Santo Padre sta indicando in questo scorso di Pontificato segnato da funesti conflitti mondiali e da profonde diseguaglianze sociali ovunque nel mondo. Per credenti e laici il Papa rappresenta l’ultima spiaggia per sperare che si possa essere ancora costruttori di pace.
Eccellenza, grazie per aver accettato questa intervista. Siamo nel periodo Pasquale ed è giusto parlare di Pace e di Speranza. Il Santo Padre, con molta intensità, si sta impegnando affinché la Ragione prevalga sulla follia della guerra. Il mondo è sconvolto da molti conflitti; due in particolare agitano la pubblica opinione: quello russo-ucraino e quello israeliano-palestinese, nel contesto di una situazione drammatica in tutto il Medio Oriente. Prima di entrare nel merito, Le chiedo se Lei condivide una percezione diffusa: la parola “Pace” è diventata un tabù e chi la pronuncia è considerato quasi fuori dalla realtà.
Non so dire se la parola “Pace” sia diventata un vero e proprio tabù, certo è però che le posizioni di contrarietà ai conflitti sembrano diventare sempre più rare, crescono le ambiguità e sebbene a parole le guerre non si giustifichino e tutti vi si dichiarino contrari, poi si finiscono per introdurre tante distinzioni che consentono di derogare al principio, al punto che l’avversione in precedenza proclamata viene smentita nei fatti. Troppo forti, d’altronde, sono gli interessi di quei pochi che traggono profitto dall’industria delle armi, un’industria nella quale anche l’Italia ha una parte non irrilevante.
La Santa Sede, in modo particolare attraverso il Cardinale Matteo Maria Zuppi (presidente della Cei), è molto attiva nel conflitto tra Russia e Ucraina: come pensa se ne possa uscire e non trova che il ruolo delle diplomazie occidentali sia molto debole?
Mi è difficile indicare una soluzione, anche perché nessuna soluzione potrà mai trovarsi finché non si manifesti una disponibilità in tal senso delle parti in causa, parti che non possono comunque porsi entrambe sullo stesso piano, dal momento che l’avvio del conflitto va ricondotto a una presa di posizione unilaterale da parte della Russia. Quanto alle diplomazie occidentali, certamente finora non hanno avuto un ruolo pari al loro compito. Anzi, credo che tutta la politica europea dia segni di debolezza e forse bisognerebbe fare passi ulteriori – da un punto di vista politico e legislativo – per rendere l’Unione Europea un soggetto in grado di svolgere un ruolo davvero efficace: è il caso, ad esempio, del diritto di veto che ogni singolo Stato può esercitare, dandogli la possibilità di alzare continuamente il prezzo delle proprie richieste.

Nel martoriato Medio Oriente stiamo assistendo alla distruzione della “Striscia di Gaza” e dello sterminio di un popolo. Dando per scontata la netta condanna del terrorismo di “Hamas”, in che modo si può convincere il governo israeliano a ripensare le sue posizioni intransigenti, rifiutando ogni trattativa e per questo isolandosi dal consesso internazionale?
Bella domanda! Come si fa? Proprio non lo so… In questi giorni (oggi è il 15 febbraio) il tema è di straordinaria attualità, ma quando questa intervista sarà pubblicata nessuno sa a che punto saranno le cose, che possono cambiare da un momento all’altro. Credo, in ogni caso, che un ruolo importante potrà essere giocato dagli Stati Uniti, legati da sempre a doppio filo con la politica dello Stato di Israele.
Il risvolto di questa situazione è una ondata terribile di antisemitismo di ritorno. Lei come lo giudica e come ritiene si possa porre un freno?
Considero l’antisemitismo un grave crimine nei confronti dell’umanità, come lo è pure ogni forma di discriminazione e di razzismo, contro qualsiasi etnia essa venga perpetrata. Ritengo perciò importante un’opera di educazione a tutti i livelli, profonda e non superficiale, tesa a ribadire la dignità e i diritti inalienabili della persona, di cui ogni persona gode e che ogni persona ha il diritto di esercitare. Gesù era ebreo e ci ha insegnato che ogni uomo è caro al cuore di Dio e che i piccoli, i poveri, gl’indifesi, hanno Lui, il Signore, dalla propria parte.
Sua Santità ha posto al centro del suo pontificato valori nobili e universali: lotta agli armamenti e alla vendita delle armi, difesa dei diritti umani, difesa degli ultimi, lotta alle diseguaglianze e alle povertà, rispetto e comprensione per le scelte individuali di vita. E soprattutto – ha ammonito – non perdere mai il senso profondo dell’accoglienza verso l’altro. Siamo nel cuore del Messaggio evangelico: ”ama il prossimo tuo…”. Ma qui sta venendo avanti la paura dello straniero … ”ero straniero e non mi avete accolto”…
Purtroppo l’uomo è, da sempre, preda di paure e c’è chi vi specula sopra per guadagnare consenso. In tal senso, il gioco è facile, perché è molto più semplice e sbrigativo parlare alla pancia che non alla testa delle persone. Certamente il fenomeno migratorio va affrontato con intelligenza: è un problema, questo, che richiede competenza, coraggio, generosità, un’ampia visione strategica, ed esige, al tempo stesso, rispetto delle regole sia da parte dei paesi che accolgono sia da parte delle persone che sono accolte. Il vero problema, in realtà, è il nodo economia-politica: di fatto, la politica ha finito per abdicare sempre più al proprio ruolo, lasciando campo libero all’economia, con conseguenze che non possono essere al tro che disastrose. Il livello stesso del dibattito politico si è progressivamente abbassato, al punto da ridurre le capacità argomentative di tutti coloro che dovrebbero sentirsene coinvolti, siano essi rappresentanti della cosa pubblica o semplici cittadini.

Nell’intervista a Fabio Fazio, Papa Francesco ha detto: ”pregate per me, ma non contro di me”. È un messaggio rivolto a chi non gli vuole bene? Anche qualcuno o alcuni dentro la Chiesa?
Non so dire cosa propriamente intendesse il Papa. Bisognerebbe chiederlo a lui. Certo è che anche all’interno della Chiesa le voci sono diverse, ma questa non è certo una novità. Non ricordo un pontefice che abbia raggiunto un’universalità di ascolto all’interno della Chiesa, né Paolo VI, né Giovanni Paolo II, né Benedetto XVI (Giovanni Paolo I non ebbe il tempo…). Lo stesso può dirsi di ogni altro vescovo nell’ambito della propria Chiesa particolare, a cominciare dalla mia. D’altronde, se non
è riuscito il Maestro a metter tutti d’accordo, se proprio Lui ebbe le più forti opposizioni da parte del potere religioso, perché dovrebbe esser diverso per coloro che sono intenzionati a seguirne le orme?
Eccellenza, un bilancio come Vescovo di Benevento: si trova bene lì? Le manca Cori?
Mi trovo benissimo a Benevento; anzi, posso dire che vi ho come ritrovato le mie radici, perché Benevento è sì un capoluogo di provincia, ma in fondo è una piccola città dove ci si conosce tutti o quasi, una città antica, piena di storia, come Cori, dove si passeggia facilmente tra resti di colonne romane, mura longobarde, edifici bassomedievali e moderni. Una città con un suo dialetto, bellissima,
una vera bomboniera, purtroppo ancora poco conosciuta e penalizzata da un insufficiente sistema di comunicazioni stradali e ferroviarie. Cori è comunque sempre con me, nel mio dialetto ancora molto marcato, anche se da decenni, ormai, vengo poco in paese.
Per concludere, una Sua parola di Pace e di Speranza alla Comunità di Cori e Giulianello.
Mai perdere la speranza! “La speranza non delude”, dice san Paolo (Rm 5,5). Credo non dobbiamo mai stancarci di seminare germi di pace, gesti di pace. Dal bene seminato è difficile possa sorgere il male, anche se dobbiamo cercare di far bene il bene, cioè con criterio, perché ciò raddoppia le sue potenzialità. Abbiamo una vita sola e dobbiamo spenderla cercando di fare del bene a tutti, perché solo questo potrà garantirci per quel che c’è dopo la nostra esistenza terrena.
Grazie per l’intervista, Eccellenza.
Emilio Magliano