Quel desiderio che tutto muove

Le relazioni “sentimentali” (l’amore, la passione) nella costante tensione tra eros e thanatos, tra la vita e la morte, che attraversa tutta la storia della filosofia. E sconfina nella psicoanalisi.

Chissà dove arriveremo stavolta. Parleremo di Eros e Thanatos, Amore e Morte, concetti che sembrano procedere su binari opposti ma che si incrociano inevitabilmente. Questo binomio ha radici antichissime. Esiodo, poeta greco, scrive, nel 700 a.C., un poema mitologico sulla nascita degli dèi, in cui parla di tre divinità primigenie: Caos, Gaia, ed Eros. Quest’ultimo proviene da Caos, è energia vitale universale e relazione che permette alla Terra di generare. Da Caos proviene anche la Notte e da questa nascerà Tanato. Eros e Thanatos sono dunque divinità ancestrali dalle quali poi si genereranno altre divinità. Questo profondo legame rimarrà in tutta la storia della filosofia.

Per cominciare è bene rivolgere l’attenzione a ciò che Platone, nel suo ineguagliabile dialogo, il Simposio, ha riferito su Eros. “Bere insieme”, questo il significato della parola simposio, serviva principalmente a discutere di questioni importanti che andavano dalla politica, all’economia, alla filosofia. Nel caso del dialogo in questione si decise di parlare di Amore. Ogni invitato poteva prendere
parola solo dopo aver bevuto vino in quantità appropriate a sostenere un discorso. Nel dialogo, il grande commediografo Aristofane raccontò che gli esseri umani in origine avevano una forma sferica (simbolo di perfezione per gli antichi Greci). Composti da due metà, rappresentavano i tre generi: il femminile, il maschile e l’androgino. Erano forti, perfetti, eterni, caratteristiche che provocarono l’invidia degli dèi che decisero di dividerli per renderli più deboli. Da quel momento quelle metà cominciarono a vagare, sole, alla ricerca della parte perduta. Amore rappresenta dunque la memoria di
uno stato originario di pienezza, il desiderio dell’altro mancante, di riunione con esso mediante la forza risanatrice di Eros. Il desiderio è una sorta di forza cosmica che muove tutto quanto ha bisogno di altro. Amore quindi non è possesso, l’altro è davvero un altro, irriducibile nella sua alterità. Se possiedi, non desideri, dunque non ami.

Unirsi in un atto d’amore, come narra lo stesso Aristofane, sembra quindi richiamare il tentativo di ricercare un’unità perduta e se ci pensiamo, quel desiderio che spinge verso l’altro, quando viene appagato, muore per pochi istanti.

Eros muore ogni giorno, ogni volta che la dinamica erotica del desiderio si conclude, ma il desiderio è destinato a tornare. In una emozionante lezione universitaria di Filosofia della storia su Eros, ricordo che si arrivò a condividere un momento tragico, il pianto subito dopo il grande piacere di un orgasmo (petite mort in francese).

Questa natura tragica di Eros che è insieme vita e morte è meglio spiegata da Platone per bocca di Socrate, sempre durante il Simposio. Il filosofo dice che Amore viene concepito durante un banchetto in onore della nascita di Afrodite. Egli è figlio di Pòros, ingegno, espediente, abbondanza, invitato alla festa e Penìa, povertà, mancanza, non invitata ma che aspetta sulla porta la fine del banchetto, in attesa degli avanzi. Eros conosce il fascino della compiutezza ma anche la natura povera e mai sazia. È dunque povertà che si fa ingegno, assenza di risorse che si fa sforzo, né bello né brutto, né mortale
né immortale, è qualcosa a metà tra la sfera dell’umano e del divino, un demone che desidera l’immortalità, una sospensione tra la vita e la morte. Leopardi canterà l’intreccio di amore e morte,
“fratelli” che assolvono al medesimo compito: l’amore toglie il desiderio e la morte toglie il dolore della vita. Per Nietzsche, Eros e Thanatos, stavolta divisi, si tradurranno in spirito dionisiaco e apollineo, l’uno simbolo di accettazione totale dei valori vitali, l’altro mortificatore della vita. In età contemporanea Freud interpreterà il legame tra queste pulsioni interne all’essere umano, come la causa del vivere civile disagiato. La pulsione di vita, erotica, tende a conservare e a unire, quella di morte distrugge, uccide ed è segno della forte componente aggressiva dell’essere umano. La civiltà, il male minore, ha quindi il compito di esercitare un controllo e di deviare queste pulsioni in prestazioni sociali e lavorative.

Le due forze si intrecciano tragicamente e Freud, interrogato da Einstein sulla possibilità di resistere alla distruzione e all’odio, scenari che andavano palesandosi a causa della violenza nazifascista, rispose che non c’è verso di sopprimere questa tendenza. Si può solo cercare di dominarla perché non trovi espressione nella guerra. Chiudiamo con le parole e la speranza di chi ha saputo tenere insieme in un verso, la continua tensione tra Amore e Morte, con amore che ancor non abbandona: “Amor condusse noi ad un-amor-te”.

Elisa Trifelli
Docente

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