Famiglia Fini

Alfabeto delle genti lepine

Le storie familiari, tramite biografie, consentono di ricostruire la storia sociale del territorio. Le città lepine vissero momenti turbolenti nel sec. XIV. Bonifacio VIII espanse il suo casato comprando feudi in Marittima e in Campagna, Sgurgola, di fronte ad Anagni, divenne proprietà dei Caetani. Le genti si rifugiarono in luoghi più sicuri e Cori, come Velletri sottomesse a Roma, accolsero viandanti e fuggitivi.

I Fini, notai itineranti, da Sgurgola giunsero a Sermoneta. Nel 1297 Alvizza (?) madre di Raynaldo Fini era vassalla dei Caetani (G.CAETANI, Regesta Chartarum, vol.I); nel 1300 sono presenti Dominicus magistri Finj, Iacobus magistri Finj (Ibidem). Nel 1326-’27 Roberto d’Angiò ordinò ai Caetani di Anagni di accordarsi con Paolo Conti di Segni, da lui eletto Rettore di Campagna e Marittima, la situazione non cambiò. Nel 1347 Johannes de Fino, notaio imperiale, comprò un terreno a Ninfa. (Ibidem,vol.II). I Fini arrivarono a Cori, Padre Santhe Laurienti (Historia Corana, c.84r-v) riporta che tale famiglia «gode privilegio antiquitatis… Un Petrus Finus de Cora condusse la moglie a Montefortino, (oggi Artena), generò Benigno e Honorato, presenti nello strumento di Antonio Luca, notaio di Monte Fortino 1460 e
propagò la stirpe…». Il notaio Serangeli di Montefortino conferma ed aggiunge, che Flaminio Fini conservò i documenti della donazione dei signori di Montefortino Conti Stefano e Alessandro, in nome di Prospero Conti loro nipote, a Benigno, Onorato e Pellegrino, figli del fu nobilis Petro Fini di Cori dimoranti nel castello. La donazione venne fatta sia per i servizi ricevuti, sia per l’affetto che legava i Conti ai Fini con il consenso di Perna Caetani, madre di Stefano, Alessandro e di Antonella di Sangro madre di Prospero, in quanto gli stessi erano minorenni. I Fini «erano una delle famiglie più note e ricche di Monte Fortino e il 1460 segna l’inizio della casata Fini in Montefortino benchè questa famiglia fosse oriunda di Core (Cori)».

Tra grotte, capanne, sassi, viottoli,
si muovono i muli a suon di zoccoli,
scandiscono il tempo tale e quale
dell’andare, tornare, ritornare.
Il balcone del tempo, in fermento,
aperto da una folata di vento,
s’affaccia al momento di riscoprire
con l’alfabeto di genti lepine,
i fattori d’identità vicine.

I Fini rimasti a Cori s’imparentarono con i de’ Romanis, i de’ Ricchis, i Palumbelli, i de’ Pistillis, gli Antonisanti continuando a propagarsi nei secoli successivi tramite scelte matrimoniali oculate: Ambrosius, figlio di Martio, sposò Pellegrina Picchioni (Archivio Parrocchia di S.Maria della Pietà: 26-3-1638); Pietrantonio Fini sposò Teresina de Gattis di Ascanio (ibidem, 8-1-1668), Martio Fino da Theodora Picchioni ebbe Nicola e Ambrogio nel 1712 (Archivio Parrocchiale di S. Pietro). Ambrogio sposò la contessa Lucia Scotti figlia di Francesco, proprietaria di una casa a Roma, beni a Narni e castello di S. Vito. Per la memoria del principe Pamphili, come possesso della primogenitura ordinata dal di lui fratello Camillo, di erogare la somma di debiti da parte di Francesco Scotti, risulta che il debito non fu pagato ed ella ereditò beni ad Amelia. Mi soffermo brevemente su Ambrogio, fu un personaggio perbene e autorevole, spiccò per onestà e umanità, con la moglie fece molte opere di carità, non ebbero figli. Sostennero il monastero francescano della “Madonna del Buon Consiglio” in tutti i modi, anche lasciando un appartamento come dote per una ragazza povera da monacarsi. Ambrogio nel testamento lasciò due doti per le ragazze povere alla “Confraternita dell’Annunziata della Madonna del Soccorso”. Il fratello Nicola, procuratore, sposò la contessa Stampa. Il 1764 fu Anno della Carestia deplorevole, che verso la metà di aprile 1764, mancò affatto il grano e provisione al publico [sic] forno…; la Providenza [sic] Divina fece approdare à caso una nave di grano nel porto di Anzio il giorno della domenica delle Palme, e l’E. mo Camerlengo, coll’impegno dell’ E.mo Vescovo e coll’aiuto del conte Scotti, assegnò alla nostra Comunità rubbia 50 di grano … La Comunità affidò a Nicola Fini l’incarico di recarsi a Roma per il lagrimevole e miserabilissimo stato in cui si trovava la Città, della quale si evocava l’estrema “desolazione”; le scorte di farina e grano potevano coprire il fabbisogno cittadino per altri sette giorni… Il Finy riuscì ad ottenere 50 rubbi di grano al prezzo di dodici scudi al rubbio, e per il trasporto di una tale quantità di grano [dal porto di Ripa Grande] chiese l’invio di cento bestie da soma…

La scelta di Nicola Fini da parte della Comunità fu dettata forse, dal fatto che la cognata Lucia, era figlia del conte Francesco Scotti (Archivio Notarile di Latina, notaio G. Vittori) attivo nell’Annona. La famiglia Fini si estinse nella prima parte dell’Ottocento, sulle mappe rimane il nome della loro vasta proprietà in pianura: La Contea Fini.

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