Innocenza derubata

Bambini che nascono in cella, una questione da risolvere

L’annoso problema dell’ ”infanzia prigioniera” fenomeno che indica i piccoli minori che vivono alcuni anni con le madri dietro le sbarre è un orrore a cui invano si cerca di porre rimedio. Bambini e bambine di mamme rinchiuse dietro le sbarre, passano negli istituti carcerari i primissimi anni di vita. A poco serve il fatto che le Istituzioni attrezzano per loro nidi all’apparenza belli da vedere, questi ambienti si trovano pur sempre all’interno di un istituto penitenziario. Bambini che non si sono macchiati di nessun reato, ma che vivono dietro le sbarre come detenuti qualsiasi. La loro unica responsabilità, una pesante eredità senza scelta, di avere delle madri condannate e costrette dentro una casa circondariale.

Anche se con la legge 62/2011 si è cercato di dare una svolta e il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria ha affrontato il problema dei bambini in carcere avviando a Milano una sperimentazione di un tipo di istituto a custodia attenuata per madri (I.C.A.M), rimane di fatti una privazione della libertà per questi minori, senza contare che gli ICAM sono ancora pochissimi. Ne esistono quattro , a Torino, Milano, Venezia e a Lauro, poco lontano da Avellino. Quello di Senorbì in Sardegna non ha mai aperto. In base alle statistiche del Ministero della giustizia, al 30 aprile 2022 erano presenti negli ICAM 14 madri e 14 bambini e, più in generale, nel complesso delle strutture detentive italiane 18 detenute madri con 20 bambini al seguito. Secondo il Rapporto di Antigone 2023 gli ultimi dati, al 31 gennaio 2023 nelle carceri italiane erano dunque presenti 17 bambini e 15 mamme. Il nucleo più cospicuo, composto da 8 donne con 9 bambini, si trovava all’interno dell’ICAM di Lauro, seguito da 3 donne e 3 figli nell’ICAM di Milano San Vittore e da una donna con 2 bambini nell’ICAM della Casa di Reclusione femminile di Venezia.

Vi sono poi tre nuclei composti solo da una madre e un bambino all’interno dell’ICAM della Casa Circondariale di Torino, nella sezione nido di Rebibbia femminile e nella sezione femminile della Casa Circondariale di Lecce. Laddove non c’è possibilità di una istituzione a custodia attenuata, i penitenziari si servono di asili nido che sono collocati all’interno del carcere in una sezione dedicata, prevedono l’apertura delle “stanze di pernottamento” (nuova denominazione delle “celle”) per permettere ai bambini di spostarsi all’interno della sezione, la presenza di operatori in grado di garantire attività formative e ricreative, e di volontari od operatori esterni che li portino fuori per frequentare asili, giardini ecc. E’ chiaro che queste soluzioni per quanto lodevoli, creano problematiche psicologiche non indifferenti. I possibili rischi nello sviluppo del bambino, connessi al fatto di vivere in carcere con la madre detenuta, possono essere rintracciati nella deprivazione della figura paterna, da una parte e dall’influenza dell’ambiente carcerario, dall’altra, condizionando lo sviluppo fisico e cognitivo del bambino (Quagliata, 2010).

In carcere i bambini subiscono una deprivazione affettiva, relazionale e sensoriale. Riguardo ad una vita libera, nella quale un bambino è libero di giocare, progettare uscite con la coppia genitoriale, di conoscere e frequentare altri bambini, in carcere il bambino subisce regole e divieti cui obbligatoriamente deve sottostare. Per non parlare di situazioni altamente di disturbo per una serena crescita, illuminazione sempre accesa, rumori e voci che minano il loro equilibrio e la loro serenità.

Le aree psicologiche più compromesse riguardano :
alimentazione
ritmo sonno/veglia
linguaggio
gioco
socializzazione

In conclusione con amarezza bisogna sottolineare che se è vero che alle madri adulte è preclusa la libertà a causa di responsabilità personali, è anche vero però che i bambini non possono pagare questo prezzo troppo alto, poiché insieme alla madre, a loro viene preclusa la possibilità di “crescere sani “come per tutto il resto dei bambini del mondo. Bisogna lottare, affinché non si debba più leggere da nessuna parte che un bambino, come prima parola verbalizzi invece di “mamma”, “ agente apri “ !

NB l’immagine è scaricata con IA per tutelare i minori.

Virginia Ciaravolo
Psicoterapeuta-Criminologa
Pres. Associazione "Mai più violenza infinita"
Consulente/Docente P.S.

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