Il terzo mandato per Sindaci e Governatori è un pericolo per il ricambio necessario ai governi locali. Bene ha fatto il Parlamento a respingerlo. La Lega lo sostiene per mantenersi i suoi Presidenti di Regione. Il rischio serio è quello di stabilizzare un sistema di potere e di clientele. Al di sotto dei quindicimila abitanti passa il terzo incarico: se ne poteva fare a meno.
I Satrapi. Cosi li ha definiti il Presidente dei Senatori del PD Francesco Boccia, riferendosi a Sindaci e Governatori che spingono per il terzo mandato. Il Satrapo era il nome dato ai Governatori delle Province degli antichi imperi persiani e di alcuni regni ellenistici. Per fortuna, almeno al momento in cui scriviamo, il Parlamento, con una scelta trasversale almeno quanto la richiesta degli interessati con il secondo mandato in scadenza, ha respinto la richiesta. Niente satrapìa.

Una scelta che ha diviso la maggioranza, favorevole al terzo mandato solo la Lega per ovvi motivi: non intendono perdere i loro Presidenti di Regione al nord a favore di Fratelli d’Italia e del partito di Taiani, a dimostrazione ulteriore delle profonde divisioni all’interno della destra-centro, (e del crescente isolamento di Salvini dentro al suo stesso Partito) e che ha creato malumori anche a sinistra, soprattutto tra gli oppositori di Elly Schlein, che invece c’ha visto giusto. Ma di queste diatribe tra partiti se ne occupa con consueta competenza il nostro Antonio Belliazzi. Noi andiamo al nocciolo della questione. Perché il terzo mandato sarebbe una iattura? Per una serie di motivi facili da spiegare. Proviamo ad elencarli. Il primo: lo stesso Sindaco per tre legislature, diciamo quindici anni di seguito, vorrebbe dire non creare ricambi né personali tanto meno generazionali. Ci si siede alla poltrona con i capelli scuri e ci si alza con i capelli bianchi.
Secondo motivo: anche il più onesto dei sindaci è inevitabile che già con il secondo incarico si è bello e creato il suo sistema di potere, fatto di un consenso ramificato costruito su inevitabili clientele e favoritismi. Se l’espressione può sembrare volgare e politicamente scorretta diciamo che in due sindacature si è definito un blocco di consenso dentro il quale si incrociano familismi e “amichettismi” oltre ad incrostazioni di ruoli burocratici. Funzionari ed altri, soprattutto ora che, in modo scellerato, è stato abolito l’abuso d’ufficio fanno il bello e il cattivo tempo. E’ evidente che in mancanza di “aria fresca” nella stanza dei bottoni e di volti nuovi questi si sentirebbero autorizzati a mettere in pratica ogni tipo di cialtroneria. In molti comuni i burocrati, ingegneri, architetti etc., etc. (quelli che firmano le carte, le delibere, le autorizzazioni) contano più dei sindaci, anche se non dovete credere alla favoletta che “il sindaco non era a conoscenza”. Un sindaco è sempre a conoscenza. Semplicemente fa finta di non sapere.
Terzo motivo: con il terzo mandato, dopo tutto il potere consolidato con i precedenti due, le elezioni, cioè la libera scelta del popolo, tutto sarebbero tranne che libere. Una “democrazia formale” e non “sostanziale”. Non si voterebbe più uno schieramento, ma un “sistema di potere” e nel caso di rielezioni il Primo Cittadino si riterrebbe, e non a torto, un satrapo. Mi avete votato per la terza volta “quindi decido tutto io.”
Quarto punto: parliamo dei Governatori di Regione, e qui peggio mi sento. I Presidenti di Regione hanno un potere enorme, e con quell’altro capolavoro che il governo si è inventato (in questo caso la Meloni ha dovuto cedere alle pressioni della Lega), l’autonomia differenziata, ne avranno sempre di più. Già lo hanno adesso, figuriamoci con il terzo; e per darvi una idea basta “un nome una garanzia”: Vincenzo De Luca, mitico organizzatore della marcia su Roma dei sindaci della Campania, in guerra con la segretaria del PD perché il mandato di Governatore, come Napoleone, Dio glielo ha dato e guai a chi glielo tocca.
Quinto punto: per tutte le ragioni scritte sopra, molto discutibile anche il via, invece approvato, al terzo mandato per i comuni sotto i quindicimila abitanti. Proprio perché sono piccole comunità il clientelismo e l’affarismo potrebbero, condizionale d’obbligo, rivelarsi ancora più insidiosi: abusivismo a gogò, gestioni di vari traffici, assunzioni irregolari, e varie. Ovviamente tutte ipotesi, esempi dai quali molti comuni non sono immuni. Questo non è ovunque, ma di certo una pratica sparsa su tutto il territorio nazionale, a macchia di leopardo. Se si vuole disincentivare ulteriormente la popolazione a non partecipare al voto, almeno quella parte dei cittadini che non ha interessi da difendere, questa è la strada migliore. Ma a chi interessa veramente la partecipazione se tutto è nelle mani di élite ristrette, e peccato per chi è fuori dalla compagnia di giro? Ecco: era meglio evitare.
Emilio Magliano