Perché femminicidio e non semplicemente omicidio

Nel termine non vi è soltanto il sesso della vittima, ma una “complessità di cause”

Mi è capitato di imbattermi personalmente in conversazioni nelle quali con aria boriosa, ci si chiedeva quale fosse la necessità di chiamare un omicidio di una donna “femminicidio”, dato che si trattava pur sempre di un omicidio e che cambiava soltanto il sesso della vittima. Quale è la necessità di specificarlo nella definizione, e soprattutto perché coniare un termine nuovo per questo? Nella storia di questa parola vi è la risposta. Essa deriva da femmicidio di origine inglese, ideato dalla criminologa Diana H. Russel nel 1992 riferendosi all’assassinio di donne in quanto tali per mano di uomini ed indica “il concetto esteso oltre la definizione giuridica, includendo quelle situazioni in cui la morte della donna rappresenta l’esito/la conseguenza di atteggiamenti o pratiche sociali misogine”. Nel termine feminicidio di origine spagnola, è racchiusa una complessità di cause e concetti che supera la precedente definizione. Esso fu utilizzato per la prima volta dall’antropologa messicana Marcela Lagarde con lo scopo di attirare l’attenzione politica sulla drammatica condizione delle donne messicane. Il termine è approdato negli Usa e da lì si è diffuso nel mondo. Per Marcela Lagarde, il termine femminicidio esprime “la forma estrema della violenza di genere contro le donne, prodotto dalla violazione dei suoi diritti in ambito pubblico e privato attraverso varie condotte misogine, quali i maltrattamenti, la violenza fisica e psicologica, sessuale, educativa, sul lavoro, economica, patrimoniale, familiare, comunitaria, istituzionale, che comportano le impunità delle condotte poste in essere, tanto a livello sociale quanto dallo Stato (…)”.

Il femminicidio non è l’assassinio di una donna che
accade all’improvviso, per raptus come si usa dire, in
maniera isolata. Esso costituisce l’ultimo atto all’interno del ciclo della violenza attuata dal partner nei confronti della donna, che vive primariamente una condizione di violenza psicologica caratterizzata da schemi definiti e ripetitivi, finalizzati a controllare e dominare la
partner, così da destare in lei insicurezza e minandone l’autostima, destabilizzandone l’identità

Nel ciclo della violenza vi sono dei ritorni all’affettività detti fase di “luna di miele” in cui l’uomo attua dei comportamenti ideali, analoghi alla fase iniziale della relazione, pur se preceduti da violenza verbale e fisica, per continuare a tenere la donna legata a sé, e che la violenza attuata, sia stata un episodio dettato da altri fattori, come stress o stanchezza. Una ampia fetta della nostra tradizione culturale, persevera nel sostenere il concetto ideale di donna come “angelo del focolare” riportata in auge dalla politica, che sembra apprezzare come modello, quello della Madonna, giovane, silenziosa, accondiscendente, relegata al ruolo di madre amorevole, semplice, dolce e forte quanto basta da non farsi vedere o sentire piangere, da diventare “piagnucolona”. Così il rigetto di tale modello da parte di alcune donne, che sfinite nella coppia, o nella famiglia, decidono di uscire dalla situazione di oppressione, diventa la “provocazione” che innesca nell’uomo la tragica decisione di togliere di mezzo l’elemento destabilizzante del suo ruolo predominante, ristabilendo così la giusta gerarchia. Nel 2011 nella Convenzione di Istanbul, il primo Trattato Internazionale che si propone di prevenire la violenza di genere, si specifica innanzitutto che il termine “genere”, indica non le differenze fisiologiche tra uomo o donna, ma i ruoli che vengono assegnati a ciascuno dei due sessi, fin dalla tenera età, secondo schemi sociali che costituiscono la causa della diseguaglianza tra uomo e donna. In essa si riconosce la natura “strutturale” della violenza contro le donne, la quale è una “manifestazione dei rapporti di forza storicamente diseguali tra i sessi (…). Riconoscendo che il raggiungimento dell’uguaglianza di genere de jure e de facto, è un elemento chiave per prevenire la violenza contro le donne”.

Se il problema è socialmente strutturale, vuol dire che è culturale e quindi educativo. Non piace alla
destra, e neanche a tanti altri, che per un’azione di prevenzione alla violenza di genere, bisogna combattere e sradicare stereotipi pregiudizi basati sui ruoli, che designano destini predefiniti e mentalità a compartimenti stagni, attraverso l’educazione sentimentale nelle scuole. Nel 2004 il Primo protocollo di intesa siglato tra MIUR e Dipartimento delle Pari Opportunità, proponeva incentivi nei confronti delle scuole che avessero programmato “azioni di sostegno, monitoraggio, e valutazione degli interventi per la promozione e lo sviluppo della cultura della differenza di genere e delle pari opportunità uomo-donna”. Essendo la scuola una comunità integrata complessa, in cui è necessario costruire relazioni rispettose, è indispensabile che essa sia luogo di azioni concrete finalizzate alla promozione della parità di genere; favorire l’acquisizione di un’ottica critica, in grado di riconoscere messaggi ed atteggiamenti discriminanti di genere, così da disinnescarli ed escluderli. La scuola non è solo didattica ed apprendimento di saperi, ma è formazione a 360°, luogo di crescita civile e di cittadinanza, dei ragazzi e delle ragazze che la frequentano. In essa si stabiliscono rapporti interpersonali tra pari ed intergenerazionali con i docenti, educatori ed operatori. Si costruiscono interessi, si immaginano percorsi e si delineano prospettive per il futuro. Se per alcuni è opinabile la parola femminicidio, trovo sconcertante quanto la ponderata e promossa negazione ed abiura delle cause alla base dei femminicidi, ne limiti l’attuazione di provvedimenti concreti per prevenirli. Altresì grave, è la promozione di una cultura negazionista, che ignorando le radici strutturali del problema, alimenta la cultura misogina e patriarcale stessa, che certamente non promuove la parità e l’uguaglianza di genere. Michela Murgia con grande semplicità affermò che “il femminicidio non indica il sesso della morta. Indica il motivo per cui è stata uccisa.”

L’auspicio è che il processo involutivo che il malessere economico-sociale ha da qualche decennio innescato, possa essere minato dal risveglio delle coscienze soprattutto da una presa d’atto delle nuove generazioni, supportate dalle “vecchie”, custodi di un’autentica memoria femminista, sofferta e coraggiosa, poiché tra le precauzioni dei governi autoritari, c’è la limitazione dei diritti civili e la libertà di parola in primis, oltre che la negazione di un insegnamento scolastico libero, volto al pensiero critico ed alla consapevolizzazione.

Giuliana Cenci
Dott. Ssa in Scienze Storiche
Operatrice antiviolenza
Associazione “Mariposa”

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