L’autore della Venere degli stracci; il bello universalmente riconosciuto che affronta e dà nuova vita ad un materiale di rifiuto, simbolo del consumismo, dello scarto industriale e domestico
Michelangelo Pistoletto (1933), è un artista che si muove per dualismi. Tutta la sua creazione artistica, fin dagli esordi come artista riconosciuto pubblicamente, si basa sul rapporto fra due dimensioni, due stadi, due stati dell’essere. Diventa Pistoletto con l’ingresso nell’Arte Povera, l’ultimo importante movimento artistico prodotto in Italia e diffuso a livello internazionale. E come sempre accade, non esiste movimento artistico senza la parola, senza la firma di chi ne tesse le trame a livello letterario. Come sostiene qualcuno: l’arte esiste perché esiste la “critica d’arte”. In questo caso l’artefice fu il critico Germano Celant che riuscì ad imporre l’Arte Povera a livello mondiale.

Una delle opere più conosciute di Pistoletto è sicuramente La Venere degli stracci (1967). Una riproduzione industriale della Venere con mela dello scultore neoclassico Bertel Thorvaldsen anteposta ad un cumulo di stracci di fronte ad una parete bianca. Ecco la dualità: il bello universalmente riconosciuto nella figura di Venere che affronta e dà nuova vita ad un materiale di rifiuto, simbolo del consumismo, dello scarto industriale e domestico. Era il ‘67, oggi la Venere non si vedrebbe neanche per quanto inabissata dagli stracci, o dalla plastica. A fine giugno scorso viene istallata in Piazza Plebiscito a Napoli, una versione gigante della Venere, ma solo pochi giorni dopo, il 12 luglio, la città si sveglia con le fiamme che avvolgono l’opera. Superata la fase di dramma e delusione la fenice dell’arte risorge e con lei il senso dell’opera stessa. Le fiamme l’hanno resa ancora più sentita dalla città partenopea che, non tra poche polemiche, la rivuole ancora più bella di prima.
È il senso dell’arte e soprattutto dell’arte pubblica: scuotere coscienze, nutrire lo sguardo, creare corto circuiti nelle anime.
L’opera è stata quindi ri-progettata e pagata dallo stesso artista (benché si fosse generato un crowdfunding spontaneo per la ricostruzione). Giorni fa ho letto di chi dava del “bollito” a Pistoletto, ma non entro nel merito che sarebbe veramente un inerpicarsi su sentieri cavillosi da addetti ai lavori, ma è indubbio che da sessant’anni Pistoletto lavora su concetti condivisibili. Sempre negli anni sessanta concepisce gli specchi. Superfici tirate a lucido tanto da riflettere la realtà come uno specchio vero. E qui mi permetto di fare un inciso su come arrivi a tale conclusione. In realtà questo articolo doveva trattare il tema del concepimento dell’opera, dell’intuizione dell’artista e di come l’ispirazione non esista, ma sia bensì una mera concezione da favola romantica per artisti della domenica. Esiste invece il duro lavoro dell’artista, esistono le condizioni che vanno create per arrivare ad un momento importantissimo, più breve di un respiro e più tagliente di una lama. Il concepimento di un’idea.

Pistoletto arriva a tali lavori in un periodo nel quale stava lavorando su se stesso, sulla propria identità (che palle 🙂 ) e lo faceva con l’autoritratto. Autoritratti pittorici in ogni forma su superfici monocromatiche. Erano belli quei dipinti, lui che conosceva la pittura, la tecnica, figlio di pittore e restauratore. Bene, un bel giorno intento nella realizzazione dell’ennesimo autoritratto, dopo aver steso un importante strato di vernice nera resinosa sul supporto si meraviglia ritrovando se stesso riflesso sull’opera. L’intuizione: “l’autoritratto non basta più perché adottando questo metodo di lavoro posso riflettere la realtà di ogni individuo”. La dualità: qui è un po’ più complessa: esiste lo spazio (tutto ciò che lo specchio riflette alle spalle dell’osservatore), ma esiste anche il tempo della vista in quel determinato momento in cui si guarda lo specchio. Pistoletto incollando figure di carta velina o serigrafando persone su questi specchi, ferma il tempo, in quanto la figura dipinta rimane sempre quella, mentre lo spazio riflesso dallo specchio è in continua mutazione. Lucio Fontana (quello dei tagli sulla tela) all’indomani della pubblicazione di questi lavori gli confidò che era andato addirittura oltre la sua di intuizione, quella di sfondare lo spazio della tela (Quando gli artisti bravi se lo dicevano a vicenda).

Nel 2002 nasce il concetto di Terzo Paradiso. Non so se è nata prima l’idea o prima la forma. Partiamo da quest’ultima. Il simbolo che identifica questo pensiero è un’evoluzione del simbolo matematico dell’infinito (il numero 8 rovesciato), dove una linea curva interseca se stessa. Pistoletto non fa altro che dividere i due cerchi uniti al centro ed inserire un terzo cerchio nel mezzo. La dualità: il cerchio di sinistra è per lui il paradiso naturale, il mondo dove l’uomo viveva in completa sintonia con la natura. Il cerchio di destra è il paradiso artificiale, conseguente il primo, dove l’uomo è artefice dell’ambiente e ne determina le modifiche. Qui tutto è artificio: prodotti artificiali, bisogni artificiali, piaceri artificiali.
I due paradisi (dal persiano antico “giardino protetto”) sono autonomi e non si incontrano. Con la nascita del terzo cerchio centrale si ha invece la creazione del terzo paradiso, quello dove l’uomo può fare tutto per la sua salvaguardia e quella dell’ambiente. “Il Terzo Paradiso è la terza fase dell’umanità, che si realizza nella connessione equilibrata tra l’artificio e la natura”. I due paradisi laterali, secondo Pistoletto, hanno vite autonome e solo incontrandosi possono dare origine al mistero della creazione.
Che dire, un novantenne con le idee chiare sul senso dell’esistenza che partì dal tentare di capire se stesso per arrivare a suggerirci formule su come tentare di riconciliarci con la natura e l’ambiente come unica via possibile di sopravvivenza.
Edoardo Bernardi