Tutti lo chiamavano Giotto…

Firenze cresce di giorno in giorno, ma fra i colli del Mugello il tempo passa più lento, è il tempo semplice della natura, il ritmo scandito della campagna e di chi la lavora. Verso il 1275 il figlio di Bondone, un contadino di Colle di Vespignano, ancora bambino, pascola un piccolo gregge e per ingannare il tempo disegna sui massi sparsi sul campo. Diretto a Bologna, Maestro Cimabue, il più famoso pittore del tempo, nota i disegni e ne rimane folgorato. È così, tra fiaba e storia che inizia la leggenda di un artista che rivoluzionerà il corso della storia della pittura, ma di cui non conosciamo
nemmeno il vero nome, tutti lo chiamavano Giotto.

La pittura giottesca è fatta di semplicità, di chiarezza e verità, è su queste caratteristiche che si basa una radicale rivoluzione linguistica. Per cogliere la portata rivoluzionaria di Giotto, si può partire da quello che di lui scrive Cennino Cennini, pittore e scrittore d’arte vissuto tra il XIV e il XV secolo: “Giotto rimutò l’arte del dipingere di greco in latino e ridusse al moderno”. Vale a dire un linguaggio espressivo occidentale, realistico, popolare, diretto, destinato a trovare subito una clamorosa diffusione. In questo senso Giotto è considerato l’artista che ha rinnovato la pittura italiana, un ruolo che non viene messo in discussione nemmeno dal dibattito critico intorno all’autografia degli affreschi della Basilica Superiore di Assisi, con le storie di San Francesco, il più grande cantiere pittorico alle soglie del trecento. È in questo scenario che si muove il giovane Giotto, che non tarda ad imporsi come figura di riferimento, proprio nel momento in cui il suo grande conterraneo Dante, si accingeva
ad affrontare la sua più grande opera, la Divina Commedia.

Fra il 1304 e il 1306, gli affreschi della Cappella degli Scrovegni a Padova, seguono una svolta dell’arte occidentale; sono finiti i tempi bui e si apre il tempo della conoscenza, Giotto afferma pienamente la ritrovata dignità dell’uomo, il suo ruolo fisico e morale. Lungo le pareti della Cappella degli Scrovegni affrescate con Storie della Vergine, Storie di Cristo e il grandioso Giudizio finale, il protagonista resta uno solo: l’uomo “moderno” con il suo carico di emozioni e di passioni. Ritornano sulla scena dell’arte sentimenti che sembravano ormai dimenticati, confinati nei re- moti frammenti di una lontana classicità. Gli sguardi colpiscono obliqui, la natura partecipa con animali, piante e rocce; Giotto sembra
levitare con i suoi affreschi, ma sempre meravigliosamente semplice. Con la Cappella degli Scrovegni, Giotto entra nella fase più classica della sua attività, è il primo artista moderno a diventare un “personaggio”, da questo momento ogni suo viaggio per l’Italia sarà occasione per la nascita di scuole pittoriche rinnovate.

Giotto resta comunque radicato alla sua Firenze alla quale offre come ultimo omaggio un’opera architettonica straordinaria, cara a tutti i fiorentini, il campanile della cattedrale Morì a Firenze nel 1337; con la sua morte e la successiva crisi della peste nera, la storia della pittura avrà una lunga crisi di arresto. Si dice che gli artisti fiorentini rimasti senza guida si riunirono a Orsanmichele diversi anni dopo la morte di Giotto per chiarirsi su chi debba prendere il posto di “maggior maestro di dipingere” senza riuscire a trovare un accordo. Bisognerà attendere un secolo, fino a quando Masaccio, un altro ragazzo di campagna, avrà il coraggio di ricominciare il cammino di Giotto.

Giorgio Chiominto
Architetto

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