Jo sindaco

Ricordato al Teatro Pistilli Romolo Palombelli: l’uomo, il Primo Cittadino, il dirigente comunista

Ci lasciava, l’avvocato Romolo Palombelli, il 5 aprile del 2014. Classe 1930, “aveva dedicato tutto se stesso alla politica e alla vita di una comunità che per lunghi tratti si era riconosciuta in lui”. Poche parole queste, pronunciate dal primo cittadino Tommaso Conti nel momento del commiato, che da sole basterebbero a rendere conto della vicenda di un uomo e del tempo che gli capitò di vivere. Quasi un epitaffio. Con i suoi 17 anni di mandato (1964-1978 e 1987-1990), Romolo Palombelli, per tutti Jo Sindaco, è stato il sindaco più longevo della storia del Comune di Cori e il segno che ha lasciato nel
paese ha oltrepassato di gran lunga la durata dei suoi mandati. Della sua figura politica e della sua attività amministrativa è stato già detto tutto. Membro ed espressione del Partito comunista, lottò a fianco dei contadini nella battaglia per l’affrancazione delle terre, si confrontò con la ricostruzione del paese dalle macerie dei bombardamenti alleati nel corso della Seconda guerra mondiale, realizzò la scuola media di Cori e l’acquedotto della Stazione per incrementare l’approvvigionamento dell’acqua potabile (grande conquista per quei tempi), istituì l’ospedale civile, ristrutturò il palazzo comunale – l’antico palazzo del podestà – e favorì la nascita della cantina sociale e lo sviluppo di attività ricreative e culturali, che per anni fecero della nostra piccola realtà un modello in provincia. Chi ricorda, cito a caso, le esperienze della biblioteca comunale, del Teatro della Fortuna, del Collegium Musicum, dei primi Festival della Collina, delle gite organizzate dal Comune, delle feste dell’Unità, insomma l’aria frizzante e affollata di quel periodo, sa di cosa sto parlando. Il suo capolavoro, così è stato definito, fu il complesso turistico-sportivo di Stoza, che non a caso porta oggi il suo nome.

Erano altri tempi, era un’altra Italia, ideologica e perciò più semplice, o forse sempre la stessa sotto mentite spoglie. Un posto nel quale poteva comunque avere senso, un senso profondo, dedicare un’intera esistenza alla politica. Prendere sul serio la politica come alta forma di dedizione al prossimo, anche a costo di grandi sacrifici personali e familiari; una forma di carità, direbbero i cattolici seguendo Paolo VI. Poteva avere un senso, un senso pieno, non manifestare alcun timore – lavorare tra la gente e procurarsi i voti non era ancora diventato un reato – di fronte al rischio di essere ritenuti cacicchi, ras, capibastone, come accade distrattamente oggi, che non si vogliono più i partiti né gli uomini (o le donne) di partito e si preferiscono invece le nuove forme d’opinione mediate dalla tv e dai social. Era qualcosa, per molti tutto. E qualcosa che non ritornerà probabilmente, certo non in quelle modalità e non senza una qualche ragione. Quando non si confondeva la morale con il moralismo e l’onestà in politica non era altro che la “capacità politica”, come aveva predicato (inutilmente, si direbbe) Benedetto Croce, altro che Beppe Grillo.

A dieci anni dalla sua scomparsa, sabato 6 aprile 2024, alle ore 17.30, presso il teatro “Luigi Pistilli”, il Comune di Cori ha organizzato la presentazione del docu-film “Jo Sindaco” di François Palombelli, alla presenza di un folto pubblico e delle autorità locali e provinciali. Un film intimo, che fa dell’intimità la sua cifra stilistica più autentica, così Aldina Vitelli e Fausto De Rossi nel loro intervento di chiusura al termine della proiezione, costruito in gran parte a partire da testimonianze pubbliche
tramite un sapiente e assai partecipato gioco di incastri. Un atto di amore di un nipote verso il nonno e i luoghi dell’infanzia. Perciò, questa la sensazione che si è avuta, ricolmo di commozione. Detto questo, si avvertirebbe ora l’esigenza di scrivere la storia di quel tempo, e più in generale del dopoguerra corese e lepino. Come peraltro auspicato nel film. E, gli storici lo insegnano, in sede di giudizio storico le osservazioni critiche dovrebbero poter trovare il loro limite ovvio nella valutazione del contesto. Bisognerebbe cioè sempre partire dall’idea che, data la situazione del momento, le cose non potessero andare diversamente da come effettivamente andarono. Del resto, perché altrimenti sarebbero andate a quel modo? Ma dire ciò non dovrebbe poter equivalere a sminuire o passare sottotraccia, in nome del vincolo del contesto, gli errori che furono compiuti. Perché di errori, o meglio di scelte rivelatesi poco lungimiranti, ne furono compiuti, a giudicare dalle conseguenze giunte fino a noi. E quasi sempre, indipendentemente dalle intenzioni dei protagonisti.

Paolo Fantini

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