La strage silenziosa: suicidi in divisa

Un “mestiere” stressante e mal pagato. Non basta dire “servitori dello Stato” per tutelare una categoria di lavoratori che garantiscono la nostra sicurezza. Non sono “manganellatori” se non per ordini superiori.

L’ unica certezza che abbiamo quando si parla di suicidio in generale è che stiamo parlando di un evento multi-fattoriale che ha bisogno di un approccio multidisciplinare per decodificarlo. Parlare di suicidio è tra le cose più complesse da analizzare, pregiudizi, stereotipi, credenze ammantano questo fenomeno e forte si sente la riluttanza a trattarlo, una decodifica di ciò, potrebbe essere che parlando della morte degli altri, giocoforza si contatta la nostra morte, non sempre si è pronti nell’avvicinarsi al concetto di morte che per molti versi conserva il suo mistero. Nascono nuove tecnologie, invenzioni, scoperte, ma la vita e la morte rimangono un mistero, un enigma ancora da decodificare. I suicidi in divisa, utilizzando un ossimoro, sono un silenzio assordante. I dati ufficiali non sono esaustivi, e questo ci fa comprendere che il fenomeno suicidale è fortemente sottostimato. Da gennaio 2019 a dicembre 2023, i suicidi tra poliziotti, carabinieri, finanzieri e agenti penitenziari sono stati 207. Se contiamo la polizia locale e le Forze Armate salgono a 275. Una media di un suicidio ogni sei giorni.

  • 121 Carabinieri, Esercito, Marina e Aeronautica
  • 129 Polizia, Finanza e Penitenziaria
  • 025 Polizia Municipale

Il suicidio è la seconda causa di morte tra le Forze dell’Ordine in Italia, dopo le malattie e più degli incidenti stradali. I carabinieri la categoria più a rischio e con maggior numero di casi. Ogni anno, decine di agenti si tolgono la vita. La narrazione spesso ci racconta il suicidio come atto inconsulto, o ancora la verbalizzazione classica è: “ non aveva dato segnali”, spesso ritroviamo dentro depressione, scoramento, perdita di interesse, poi arriva il Trigger (situazione scatenante) e non si torna più indietro. Alcuni studiosi ci parlano di vera e propria sindrome suicidale .In genere chi ha deciso di sopprimersi lancia dei segnali, il vero problema è intercettarli, comprenderli.

Tutto questo si può solo se c’è una adeguata formazione specifica. Il lavoro di un uomo o una donna appartenenti alle Forze dell’Ordine, è sicuramente un lavoro che regala una condizione di vita molto stressante. Poiché il loro ruolo spesso impedisce uno stile di vita sano; proviamo a pensare ad esempio ai continui trasferimenti che nei carabinieri sono ciclici, non si tratta solo di cambiare casa o città, ma costruire nuovi legami amicali per esempio. Ancora i turni massacranti, l’impattare con situazioni difficili e avvilenti, spesso si ripercuote anche sulle relazioni matrimoniali. Non è un caso che in polizia vi è un alto numero di separazioni e divorzi. Si stima che ogni poliziotto nell’arco del suo lavoro ha assistito ad almeno duecento operazioni ad alto impatto stressogeno.

Per non dimenticare che sovente impattano con fantasie di denigrazione da parte di alcuni cittadini per il ruolo svolto. Stress che proviene anche dall’appartenere ad una organizzazione rigida di tipo militaristico e punitivo che non presume deroghe riguardo ruolo e agito. L’immaginario comune di eroe senza macchia e senza paura, che sovente fa a cazzotti con quello che c’e’ sotto la divisa. A differenza dei comuni cittadini, che in caso di disagio, fragilità psicologica, sconforto, possono chiedere aiuto ad uno specialista, ad un amico o ad un familiare, per loro è quasi totalmente preclusa ogni richiesta di aiuto. Diventa una sorta di vergogna, di pudore istituzionale che non ammette debolezza. Lo spauracchio di essere puniti, con l’arma confiscata, fa si che la richiesta di aiuto paradossalmente diventa più forte di quel dolore silenzioso che li assorbe.

Virginia Ciaravolo
Psicoterapeuta-Criminologa
Pres. Associazione "Mai più violenza infinita"
Consulente/Docente P.S.

Lascia un commento

Progetta un sito come questo con WordPress.com
Comincia ora